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Prossima fermata: TRIESTE MITTELEUROPA

Ognuno di noi ha delle città che porta nel cuore. Devo dire che le mie città e luoghi del cuore sono molteplici.

Ma un posto particolare, da sempre, è occupato da Trieste. Forse proprio per quell’aria mitteleuropea, quell’atmosfera che solo le città di confine riescono a trasmettermi.

Del Castello di Duino, alle porte della città, ho già parlato.

Nella mia “top ten triestina” rientra il  Castello di Miramare

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con la sua Storia e le sue leggende: il fantasma del Principe Massimiliano che ancora vaga nel Parco del Castello o quella della maledizione di Carlotta, moglie di Massimiliano, per cui “chiunque abiterà sotto questo tetto muoia come il mio consorte: lontano dalla patria, lontano dagli affetti, di violenta morte, in peccato mortale”.

Leggende suggestive e maledizioni a parte, dal Castello si goda una vista magnifica su tutto il Golfo di Trieste, le sue stanze sono riccamente e finemente decorata ed arredate. E il tramonto da qui è davvero stupefacente

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Tutti conoscono una delle Piazze più belle d’Italia: Piazza Unità d’Italia, che è un po’ il simbolo di questa città

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Unica la statua a ricordo dei Bersaglieri giunti in città, il 3 novembre  1918 alla fine della Grande Guerraimage

Come unica è quella delle “Ragazze di Trieste” che raffigura due donne, sedute sul muro, intente a cucire il Tricoloreimage

Ma un luogo che secondo me dovrebbe essere tappa d’obbligo, è la Risiera di San Sabba, dal 1965 Monumento Nazionale – aperta tutti i giorni dalle ore 9,00 alle ore 19,00.

Durante l’occupazione nazista, fu l’unico campo di sterminio in territorio italiano. La visita a questo Monumento e al suo Museo interattivo lasciano il segno.

Almeno una volta l’anno faccio una visita ed ogni qualvolta ne ho la possibilità porto anche i nostri amici che vengono da fuori Regione. Credo sia importantissimo tenere memoria e conoscere cosa qui successe in quegli anni.

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Resti del forno crematorio

Se volete preparavi alla visita io consiglio la visione di questo video.

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Celle

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Un’altra tappa d’obbligo, per conoscere o approfondire la Storia di questa terra, è la Foiba di Basovizza, anch’esso Monumento Nazionale.  E’ posto all’aperto e quindi, per la sua visita, non c’è alcuna limitazione di orari. Consiglio però di farla coincidere con l’apertura del Centro di Documentazione, con ingresso gratuito: marzo/giugno tutti i giorni dalle 10.00 alle 18.00, luglio/febbraio tutti i giorni tranne il mercoledì dalle ore 10.00 alle 14.00.image

Le foibe sono delle cavità rocciose a forma di imbuto rovesciato che possono raggiungere una profondità di 200 metri.

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale migliaia di italiani, che si opponevano all’espansione del regime comunista jugoslavo, furono “infoibati” e cioè gettati, spesso ancora vivi, all’interno di queste cavità. Una parte di Storia ancora poco conosciuta e che ancora oggi è oggetto di accese discussioni.

Ma la Trieste che io ho nel cuore è anche un’altra: è quella città che è crogiolo di religioni, essenza stessa di Trieste.

Merita, in questo senso, una visita la Chiesa Serbo ortodossa di San Spiridione, fulcro della Comunità serbo ortodossa della città.

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Interni della Chiesa serbo ortodossa di S.Spiridione

Nata sulle fondamenta di una Chiesa ortodossa, fu completamente edificata intorno al 1868. Può ospitare al suo interno fino a 1600 persone.

La sua architettura è in stile “orientale”, con la pianta a croce greca e cinque cupole dal caratteristico colore azzurro

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Un altro edificio simbolo della multireligiosità di Trieste è la Sinagoga in Via San Francesco, che merita senz’altro una visita. E’aperta al pubblico ed è possibile, al costo di € 3,50, partecipare ad una visita guidata, tutte le domeniche alle ore 10.00-11.00-12.00. La visita dura circa 45 minuti.

C’è anche una Trieste “mangereccia”. I posti che io preferisco sono essenzialmente due.

Il Primo si trova nella zona di Cavana: SaluMare, il laboratorio del pesce. Se siete amanti dei piatti di mare, non può mancare una fermata in questo luogo caratteristico.

Il secondo è per gli amanti – soprattutto – della carne: da Pepi. Non deve assolutamente mancare una tappa: cibo tipicamente austroungarico, un tuffo nel passato…culinario. E se siete di fretta niente paura: un panino di porzina con kren vi darà la carica per continuare la visita di questa magnifica città!

 

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LAGO DI BOHINJ

La nostra breve fuga in Slovenia continua!

Dopo aver perlustrato in lungo e in largo il Lago di Bled, dopo esserci immersi nel mondo incantato delle Gole del Vintgar, ci dirigamo verso il lago di Bohinj.

Secondo me una sosta, sulla strada per il lago, la merita il piccolo paese di Stara Fuzina. Un villaggio tradizionale dedito soprattutto all’agircoltura e all’allevamento, in cui il tempo pare essersi fermato. Viene definito, a ragione, uno dei villaggi rurali sloveni meglio conservati.

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E’ domenica, poche le persone in giro. Ci imbattiamo in una tavolata imbandita per il pranzo. Siamo gli unici “forestieri” e le persone ci guardano un po’ stranite ma con il sorriso ci salutano: “Doberdan!”

Non c’è nulla di particolare da visitare, ma passeggiamo per le sue stradine in salita,  ed è un po’ come tornare a tempi antichi dove persistono ancora le vecchie tradizioni. Come, per esempio, il modo di fare essiccare il foraggio nelle tipiche costruzioni di legno dette “kozolec

Un luogo dove si respira ancora la “vera Slovenia”

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e dove si possono fare incontri quantomeno..strani  img_4744

Proseguiamo verso Ribcev Laz, che è la località più conosciuto su cui si affaccia il lago di Bohinj e da dove è possibile praticare molte attività: dal surf alla barca a vela, dalle  escursioni a cavallo all’arrampicata.

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C’è anche la possibilità di prendere un battello che vi farà fare il giro del lago.

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Narra la leggenda che sulle alture del Monte Triglav vivesse un camoscio dalle corna d’oro che, accompagnato da tre vergini, sorvegliava un tesoro nascosto sulla vetta del monte. Gli uomini, ovviamente, gli diedero la caccia al fine di impossessarsi del tesoro. Finchè un cacciatore riuscì ad ucciderlo: il suo sangue solcò i monti e i laghi intorno al Monte Triglav fino a far nascere un fiore magico , di cui si cibò il nostro Zlatorg e come per incanto tornò in vita. Ma deluso ed arrabbiato per il trattamento ricevuto, decise di abbandonare le valli in cui da sempre aveva vissuto, non prima di averle devastate e ridotte ad un ammasso di pietre.

In questa località abbiamo incontrato anche il leggendario camoscio dalle corna d’oro!

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Ci concediamo una breve passeggiata – fare tutto il giro del lago ci avrebbe occupato troppo tempo, visto che questo specchio d’acqua è il più esteso lago naturale della Slovenia.

Ciliegina sulla torta la Chiesa di San Giovanni Battista – chiesa di sv. Janez Krstnik.

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Originariamente costruita intorno al 1300, a cui sono stati aggiunti poi elementi in epoca barocca come il campanile e l’altare. Sono rimasta molto colpita dagli affreschi medievali – in questo periodo ho la fissa del Medioevo! – con cui la piccolissima chiesa è riccamente decorata.

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Se devo essere sincera, il Lago di Bohinj mi è piaciuto forse di più di quello di Bled: tutto è molto più selvaggio, ci sono pochi edifici moderni e si può godere di un’ottima vista sui monti circostanti e sulle sue limpide e chete acque.

Continuiamo la visita della conca di Bohinj, spostandoci a Ukanec, nella sponda opposta. In realtà il lago lo lasciamo un po’ in disparte per inerpicarci su di una strada che attraversa fitti boschi.

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La nostra meta è la Slap Savica – Cascata Savica – che è la sorgente del fiume Sava Bohinjka e quindi un affluente del lago di Bohinj.

Lasciamo l’auto presso il parcheggio a pagamento – € 3,00 per tutto il tempo che volete – e iniziamo la salita – l’ennesima di questa breve vacanza! -. Per oltrepassare il ponticello di pietra si pagano pochi euro, che servono per la manutenzione del sentiero.

Ci aspettano più di 500 gradini ed un’altitudine di 800 mt.: niente  male direi! Comunque in una mezz’oretta circa ce la facciamo ad arrivare.

E questo è lo spettacolo che ci si para davanti: due cascate “gemelle” alte 60 mt.!

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Felici di aver visto anche questa perla della natura, ci voltiamo per tornare indietro verso valle, e….

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 … il Lago di Bohinj fa capolino da dietro i boschi.

Quale miglior saluto da parte di questa terra incantevole?!

GOLE DEL VINTGAR

Se vi trovate dalle parti del Lago di Bled e dell’omonima cittadina, vi consiglio di visitare le Gole del Vintgar: un tripudio di cascate, tuffi, tonfi, rapide, verde, boschi e pareti a strapiombo.

Ci potete arrivare tramite una strada un po’ accidentata e piuttosto stretta – diciamo che spesso in Slovenia abbiamo riscontrato quanto siano “stitici” quando si tratta di asfaltare – con la vostra auto, con i mezzi pubblici che partono da Bled oppure attraverso un sentiero pedonale e ciclabile – circa 4 chilometri.

Siamo stati catapultati in un luogo incantato: per un attimo mi è sembrato di essere entrata nel mondo de “Il Signore degli Anelli”.

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La gola è lunga quasi due chilometri e anche se tutti vi diranno che ci impiegherete circa un’oretta per visitarle..non credeteci! Soprattutto se siete appassionati di fotografia qui troverete pane per i vostri denti. Infatti noi ci abbiamo messo quasi tre ore; perché sarete immersi nella natura e ogni angolo, ogni goccia d’acqua avrà una luce particolare che vorrete immortalare.

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“Ometti” di pietra

La camminata è resa più agevole dalle passerelle in legno: basta fare attenzione alle zone più umide – consiglio scarpe comode e non scarpe con i tacchi o infradito come mi è capitato di vedere!! È quindi visitabile in totale sicurezza.

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Lungo il sentiero

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La cascata che troviamo quasi alla fine del percorso è opera dell’uomo. Ma la natura ci ha messo comunque il suo zampino per renderla meravigliosamente imperfetta.

Ed eccoci arrivati alla fine della passeggiata. Ma le sorprese non sono ancora finite.

Dall’alto vediamo la cascata di Sum, ma la visuale non ci pare ottimale. Purtroppo  la segnaletica lascia un po’ desiderare – un po’ come l’asfalto nelle strade – ed i piccoli esploratori che sono – ancora – in noi ci fanno scorgere una scala con una ripida discesa che ci porta ai piedi di questa maestosa cascata: cercatela!! Vi do l’indizio che si trova dietro l’ultima biglietteria/bar/negozio di souvenir -.

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Cascata di Sum

Non resta che abbandonarsi alla fotografia compulsiva quasi in religiosa contemplazione di questa meraviglia della natura.

Con un po’ di tristezza riprendiamo la strada del ritorno.

Io vi consiglio di andarci la mattina presto – la biglietteria apre alle 8 – oppure a metà pomeriggio, evitando così il sovraffollamento delle ore centrali ed in modo da potervi godere anche la pace e la serenità che questo luogo emana.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

GHETTO EBRAICO DI VENEZIA

Pur vivendo a meno di un’ora da una delle città più belle e speciali del mondo, non solo ci veniamo di rado ma ogni volta facciamo il solito giretto: piazza San Marco, ponte di Rialto, riempiendoci gli occhi di tanta bellezza.

Ma questa volta avevamo pensato a qualcosa di diverso e ci siamo fermati a dormire una notte per scoprire com’è Venezia quando la maggior parte dei turisti se ne va e lascia le sue calli e i suoi campielli vuoti.

La scelta è ricaduta sul B&B BARABABAO: posizione strategica – a tre minuti dal ponte di Rialto e a cinque minuti da piazza San Marco, ma allo stesso tempo fuori dalla confusione e a due passi dalla zona di Canareggio.

Questa volta concentriamo la visita nel “Ghetto ebraico”, che venne creato dalla Repubblica di Venezia il 29 marzo 1516 – quest’anno si celebra il cinquecentenario -: venne stabilito che tutti gli ebrei della città vivessero in un’unica zona di Venezia e che qui concentrassero i loro affari – il termine ghetto nasce proprio qui dalla storpiature della parole “geti” che in veneziano indicava l’area dove si trovavano le fonderie e dove furono mandati a vivere gli ebrei della città.

Fu il primo ghetto d’Europa.

Quando vennero promulgate le leggi razziali nel 1938 anche gli ebrei del ghetto di Venezia videro venir meno i loro diritti civili e durante le persecuzioni nazifasciste delle 246 persone deportate nei campi di sterminio, solo 8 fecero ritorno.

Ai giorni nostri in questa zona di Venezia l’atmosfera è molto più rilassata e si respira ancora un forte senso di appartenenza da parte della seppur scarna comunità ebraica che qui ancora risiede.

Passeggiando nelle calli e nei vicoli si scorgono negozi kosher, laboratori artigianali, ristoranti con cucina tipica ebraica – a tal proposito consiglio una sosta al ristorante “Gam Gam” in Cannaregio 1122 dove si possono assaggiare le prelibatezze della cucina ebraica -.

Altra tappa immancabile – oltre al girovagare senza meta nel quartiere – è il Museo Ebraico , dove potrete ammirare oggetti pregiati donati da privati che vi faranno entrare nella tradizione e nella cultura ebraica oltre che manoscritti antichi. Il Museo, inoltre,  ha una sezione didattica organizzata con filmati, immagini ed oggetti che spiegano la vita degli ebrei veneziani.

Sempre presso il Museo è possibile prenotare la visita guidata delle Sinagoghe (prezzo Euro 10,00 che comprende anche la visita del Museo): ogni ora a partire dalle 10.30 – ultima visita guidata, dal 1° giugno al 30 settembre alle ore 17.30; dal 1° ottobre al 31 maggio alle ore 16.30. –  partono le visite con una guida alle tre Sinagoghe ancora visitabili.

Per me è stata una bellissima esperienza – oltre che molto interessante -: ero riuscita ad entrare in una Moschea, in templi buddisti ed in alcuni induisti, ma l’interno di una Sinagoga era per me un mistero!

Sono rimasta stupita ed estesiata!

La bellezza degli interni – soprattutto di quella che ancora oggi viene usata per le funzioni religiose – e la somiglianza per certi versi con l’impostazione liturgica delle nostre Chiese cattoliche, mi ha molto colpito.

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Al centro della Sinagoga sono custoditi i rotoli della Torah avvolti in una stoffa pregiata. Durante le funzioni vengono letti  mediante l’uso di un bastone,  in quanto è proibito toccare le Sue pagine a mani nude.

Quando non ci sono funzioni i rotoli vengono “nascosti” da un drappo di stoffa con incisioni in ebraico – nella foto sopra l’armadio che contiene la Torah è scoperto ed aperto in quanto non contiene alcun rotolo -.

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Gli interni sono finemente decorati e la mia attenzione è stata attirata soprattutto dalla maestosità dei lampadari

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Non vi resta che partire per la “città più bella del mondo” e magari dare un’occhiata a questi luoghi che ho brevemente descritto, pregni di Storia.Per vedere una parte di Venezia (forse) meno conosciuta. Per immergersi nella cultura, nelle tradizioni e, perché no, anche nella cucina ebraica.

Lago di Bled

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Lago di Bled visto dal Castello

 

Credo che il Lago di Bled sia uno dei luoghi più romantici al mondo. Ma non è “solo” questo; e vi spiegherò perché.

Approfittando di qualche giorno di vacanza settembrina ci siamo finalmente decisi a visitare questo luogo che dista da noi poco più di due ore. Ne sento parlare da tantissimi anni: i miei genitori ci andarono per il loro viaggio di nozze!!

Ed è stata una meravigliosa scoperta. Non solo per il lago in sè ma anche e soprattutto per i dintorni che offrono delle meraviglie uniche!

Mentre organizzavo questa breve gitarella, mi resi conto che le cose da vedere erano davvero tante. È così anziché le due notti originariamente previste, decidemmo di prenotarne quattro. La scelta cade sulla Penzion Prebenik : mai scelta fu più azzeccata! Non lontanissima dal centro ma al di fuori della confusione, in un parco che pare un piccolo paradiso – la trovate anche su booking -. La consiglio vivamente!

Preso possesso della nostra bella camera con balcone partiamo alla scoperta della cittadina di Bled e del suo lago omonimo.

Per prima cosa decidiamo di salire al Castello che domina lo specchio d’acqua in tutta la sua bellezza.

Volendo alla sommità della Rocca ci si arriva anche in auto. Ma io vi consiglio la passeggiata che parte dal lago e attraverso  una lunga scalinata vi porta direttamente all’entrata del Castello. Un po’ faticoso ma ne vale davvero pena perché potrete godere di scorci stupendi.

Noi siamo arrivati all’ora del tramonto e il clima era davvero suggestivo. Si possono visitare le antiche cantine di epoca medievale – come tutto il castello -, la “galleria” delle erbe, un museo che racconta la storia del castello e degli abitanti di questa parte di Slovenia. Una menzione a parte merita, secondo me, la piccola cappella con dei bellissimi affreschi

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Passiamo sotto le antiche mura ed usciamo dal castello. Nella discesa verso la cittadina ci fermiamo presso la Chiesa di San Martino che riusciamo a visitare all’interno.

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Antiche mura del Castello
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Chiesa di San Martino

La giornata si conclude con una visita al ristorante dell’Hotel Sava – che si trova di fronte all’Hotel Park – per assaggiare la mitica Kremna (o krempita): una torta che qui fu creata nel 1953. Dire che è sublime è un eufemismo: va assolutamente provata, fa parte dell’esperienza di un viaggio a Bled.

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Il giorno dopo saliamo sulla pletna, la tipica imbarcazione a remi che viene usata solo qui – 14 euro a persona, le potete trovare davanti all’Hotel Sava -.

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Pletna la tipica imbarcazione del Lago

La meta è l’isoletta che si trova proprio in mezzo al lago e che “ospita” la chiesa di S.Maria Assunta: 99 gradini ci conducono alla chiesa e ad uno spiazzo da cui si gode una vista magnifica.

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La gita su questa romantica imbarcazione continua attraverso il lago e ci fa fare piacevoli e graditi incontri

La nostra seconda giornata ancora non è finita.

Onde evitare la ressa, decidiamo di visitare la Gola di Vintgar nel tardo pomeriggio.

Ma prima di parlare di questo luogo incantato, vorrei dare delle notizie di tipo pratico. Potrete noleggiare le bici al costo di 15 euro al giorno o di 6 euro per due ore; oppure se preferite c’è la possibilità di noleggiare la canoa o la barca a remi. Potrete semplicemente rilassarvi sui prati prospicienti il lago o fare un tuffo nelle sue acque pulitissime e color smeraldo.

 

 

 

MEMORIE DI SARAJEVO – Seconda parte

“Ogni giorno, durante i quasi quattro anni di assedio, venivano uccisi -in media -nove sarajevesi tra donne, uomini, bambini, studenti. Ti sembrano pochi, lettore? Allora prova a fare un semplice esercizio di immaginazione, questa notte, quando ti corichi: invece che contare le pecorelle, prova a pensare a nove persone, tra parenti e amici, che abitano nella tua città. Prova a visualizzare le loro facce, prova a riprodurre nella mente le loro voci e le loro risate, ripeti i loro nomi uno dopo l’altro. Poi immagina che siano morti. Di più, che siano morti ammazzati. Magari mentre attendevano a una qualunque delle attività che potevano averli occupati durante la giornata: salire sul tram, fare la spesa al mercato, recarsi a scuola, in ufficio o al tempio. Ora metti lì, di fronte a te, in fila, quegli uno, due, tre, nove morti. Ripeti questo esercizio, ogni notte, per millequattrocentoventicinque notti.” (Surviving Sarajevo: [Assedio in XVI movimenti] di Giano La Setta)

PREGHIERA

Vi prendo delicatamente per mano: ci eravamo lasciati al Museo del Tunnel – musica e immagini di sottofondo Miss Sarajevo degli U2 feat Luciano Pavarotti.

Vi porto al Markale che si trova a pochi passi dalla Cattedrale Cattolica. Qui si perpetuarono due stragi: la prima nel febbraio del 1994 ed una seconda nell’agosto del 1995.

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Oggi il mercato è affollato di persone e di banchi su cui sono esposti prodotti della terra di Bosnia, dalla frutta alla verdura, miele, fiori, olive. Brulica di colori ed odori.

Eppure anche in questo vivace mercato il mio sguardo si posa su una parete rossa, laggiù in fondo al mercato. E’ una lapide commemorativa che riporta i nomi di tutti coloro che in quei giorni del febbraio ’94 e dell’agosto ’95 hanno perso la vita mentre facevano la spesa o mentre erano in fila per avere dell’acqua potabile.

I banchi sono pieni di colori, molto più ordinati di quanto non ricordassi..l’elenco dei morti è in fondo su un muro di pietra grigia, è impressionante. E’ l’elenco dei vivi strappati alla vita, tutti nello stesso istante, nello stesso battito d’ali dello stesso diavolo. (Margaret Mazzantini “Venuto al mondo”)

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Io consiglio una visita oltre che per portare un segno di rispetto e di memoria anche per assaporare e magari acquistare un po’ di questi prodotti – noi ne abbiamo “approfittato” per fare la spesa – e non lasciatevi sfuggire la parte del mercato “al chiuso” dove scoprirete ogni tipo di formaggio. Sarà questo anche un mondo per socializzare e dare una mano ai sarajeviti e ai bosniaci.

Il mercato è aperto tutti i giorni dalle 08.00 alle 17.00 e la domenica mezza giornata.

Proseguendo lungo la via (ulica, che si legge uliza 😉 ) Marsala Tita raggiungiamo uno dei tanti centri commerciali che in questi anni sono nati come funghi a Sarajevo: il BBI Centar. No..non vi voglio portare in giro a fare shopping, ma serve come punto di riferimento. Proprio  di fronte si trova un monumento particolare. Noi lo abbiamo trovato quasi per caso, di rientro da una serata con la mia amica Amela che ci aveva dato le indicazioni – tutto questo lungo tour di Sarajevo noi lo abbiamo fatto a piedi, ma devo dire che i taxi sono economici e prendere il tram credo che sia un’esperienza da vivere -. E’ una fontana di cemento e vetro ed è nata per ricordare i bambini di Sarajevo che non ci sono più a causa dell’assedio. Ma non di tutti i bambini: i nomi che leggi sono di piccole anime musulmane. I bambini serbi probabilmente – o forse no…chissà – avranno un monumento a loro dedicato in Serbia o nella Repubblica Srpska.

E’ una delle tante facce di questa strana città. Questa città che ad ogni angolo ti costringe a farti mille domande, che ti sventra, che ti fa ridere e piangere, che ti butta giù e ti fa dire “Ma com’è possibile che tutto questo sia successo a qualche chilometro da casa mia nella quasi totale indifferenza generale?”.

Un ultimo passo in questo viaggio della memoria lo faccio in direzione della Mostra sul genocidio di  Srebrenica: “Srebrenica Exhibition” – che si trova al terzo piano di un edificio accanto alla cattedrale Cattolica.

L’ 11 luglio del 1995 nel paese di Potocari a pochi km. da Srebrenica – territorio sotto tutela ONU – 8.372 uomini furono massacrati dall’esercito serbo e dal loro comandate Mladic. Devo essere sincera: tra tutti i massacri, il dolore di questa e altre guerre, di Srebrenica fatico a parlare. Se non conoscete la storia di questi martiri vi consiglio la lettura di questo articolo nonchè la lettura del libro di Luca Leone “Srebrenica i giorni della vergogna” con prefazione di Carla Dal Ponte procuratore capo del Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia dal 1999 al 2007.

La Mostra è un pugno nello stomaco fin dall’entrata: intere pareti ricoperte dalle foto degli uomini e ragazzi uccisi in quel massacro quando ancora erano in vita. Ti guardano, ti scrutano, ti accusano, ti assolvono. In sottofondo “Miss Sarajevo” e in uno schermo in centro alla sala la proiezione continua delle interviste alle mamme  di coloro che non ci sono più. Madri che ancora oggi, a vent’anni esatti di distanza, non hanno trovato giustizia e molte nemmeno una tomba dove piangere i loro figli – i corpi finora riconosciuti sono circa 6.000. Tutto intorno foto che ti colpiscono in pieno petto… Ho pianto. Mi sono sentita incazzata e impotente. Avrei voluto chiedere scusa a quelle madri per la nostra indifferenza, per il nostro esserci girati dall’altra parte.

Sarajevo (ma io voglio dire la Bosnia intera) è proprio come dice Margaret Mazzantini: “una città dove il passato pesa e fa rumore, come un barattolo al piede”.

Esco dalla Mostra tramortita, frastornata. Fuori c’è la Sarajevo colorata, multietnica: una ragazza con l’hijab mi sorride, ricambio ed è questa una delle ultime immagini della “mia” Sarajevo. Perchè quella ragazza è la speranza che Sarajevo – e la Bosnia Erzegovina – torni come prima di quella maledetta guerra fratricida: una città dove accanto alla Moschea e al richiamo alla preghiera del muezzin senti suonare le campane di una Chiesa cattolica, dove a distanza di due passi puoi entrare in una Sinagoga ed uscendo ti puoi “infilare” dentro una Cattedrale ortodossa. Perchè Sarajevo era e spero tornerà ad essere questo: un misto di culture, religioni che convivono, si abbracciano e si appartengono. Perchè “A Sarajevo, non si “tollera” la diversità, perché Sarajevo è sempre stata -semplicemente – una comunità, il cui principio identitario era la città stessa (Giano La Satta) “

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Nota a margine: Prometto che il prossimo articolo su Sarajevo sarà più “allegro” ;). Ma secondo il mio modestissimo parere chi decide di visitare questa città lo dovrebbe fare sapendo cosa è successo dall’altra parte dell’Adriatico vent’anni fa, anche per riuscire a vedere Sarajevo e i sarajeviti con occhio diverso, cercando di capire quale sforzo siano riusciti a fare per risollevare sè stessi e la città: caparbi, irriducibili anche durante la guerra molto di più in tempo di pace. Perchè “sapendo” non puoi fare a meno di guardare le persone che incontri con occhio diverso; non puoi fare a meno di chiederti quali storie e quali sofferenze ci siano dietro ai loro sorrisi di oggi, quante lacrime abbiano versato “ieri”. Eppure sono qui, come la mia amica Amela con i suoi meravigliosi figli e suo marito, il suo “eroe”. Non abbiate timore di parlare con loro della guerra: il popolo di Sarajevo vi stupirà per franchezza e realismo, non per farsi compiangere ma per farvi conoscere e capire.

MEMORIE DI SARAJEVO – Prima parte

Stavolta, che ti piaccia o no – che tu lo voglia o meno, lettore – verrai con me a fare un giro di giostra nella Sarajevo assediata. Vedi di non costringermi a tirarti per la manica come un marmocchio riottoso; i cecchini potrebbero notare i nostri armeggi e fare fuoco su di noi. Proprio come in quei videogame sparatutto che ti piacciono tanto. Occhio, però, che qui la scritta “game over” ha il sapore metallico del sangue. Il tuo.

(tratto da “Surviving Sarajevo:[Assedio in XVI movimenti]” di Giano La Setta

Edificio cattedrale

Muro

Visitare Sarajevo non può, secondo me, prescindere dalla sua storia. Perchè in questa città si respira ancora – e si vedono ancora – le ferite che piano piano, a fatica, le persone stanno cercando di rimarginare.

L’emblema di queste ferite che si stanno chiudendo è la Biblioteca Nazionale -Vijećnica. Nella notte tra il 25 e il 26 agosto 1992 l’esercito serbo che assediava la città la colpì con bombe incendiarie e granate che la distrussero completamente: volontari e bibliotecari cercarono di portare in salvo i libri in essa contenuti ma purtroppo i loro sforzi furono vani. Nell’incendio morì una giovane bibliotecaria – Adina Buturovic, che mi piace ricordare come una degli eroi di questa immane tragedia – e due milioni di libri andarono letteralmente in fumo.

Targa

Credo che molti abbiano visto le foto di quell’incendio

biblioteca-sarajevo                                      (foto da web)

e sappiano la storia del musicista bosniaco Vedran Smailovic che suonò tra le ceneri della Biblioteca a rischio della sua stessa vita – quanti eroi ha questa Storia!

Smailovic                                      (foto da web)

Dopo ventitre anni la Biblioteca è risorta: ad aprile di quest’anno è stata di nuovo riaperta al pubblico e la gente di Sarajevo potrà presto consultare di nuovo i ibri – quei pochi “salvati” e i tanti donati dalla comunità internazionale.

Biblioteca

Entrarvi per me è un’emozione indescrivibile. E’ vero gli interni sono ancora vuoti e fa un po’ strano vedere una biblioteca – che stando alle notizie sarà adibita anche a sede di eventi, mostre e  concerti – senza libri. Ma la sua bellezza è disarmante:

Magia

Interno biblio

Soffitto biblio

I giochi di luce che producono le vetrate colorate sono pura magia

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Se potete andateci al tramonto – è aperta dal martedì alla domenica dalle ore 10.00 alle 20.00: l’astmosfera vi rapirà i sensi.

In questo periodo all’interno è allestita una mostra fotografica su Srebrenica e al piano di sotto un’altra sul centenario di Sarajevo

Manifesto

Un altro simbolo di questa città e memoria di quei giorni sono le cosiddette “Rose di Sarajevo” – poesia per descrivere simboli che sono tutt’altro che poetici..ma anche questa è Sarajevo:

Rose

Se il vostro sguardo ogni tanto si poserà sull’asfalto, potrete vedere queste macchie rosse che hanno la forma di fiori e petali sparsi: sono i segni lasciati dalle granate sull’asfalto e che sono state “riempite” di vernice rossa, là dove molte persone sono rimaste uccise. Ho visto la gente girare intorno a questi quadrati sull’asfalto, in silenzioso rispetto. Cicatrici sull’asfalto a futura memoria, perchè Sarajevo e i suoi abitanti non vogliono – e non possono – dimenticare, ma vogliono fortemente andare avanti.

Se alzerete la testa sopra le “rose”, in alcuni punti della città, vedrete anche le targhe commemorative con incisi i nomi di coloro che non ci sono più a causa di quelle granate:

Iscrzioni

Il mio viaggio della memoria continua e mi ritrovo in un luogo quasi anonimo vicino all’aeroporto. Noi  – io e mio marito, compagno di questo viaggio che non finirò mai di ringraziare per aver condiviso con me momenti importanti lungo questo cammino – ci siamo arrivati grazie ad un tour organizzato dall’Ufficio del Tursimo che si trova a Baščaršija  (che si legge “Basciarscia”) – chiedete di Darko, ragazzo che parla un perfetto italiano con accento piemontese che oltre a mostrarvi e spiegarvi con dovizia di particolari quello che andrete a vedere, vi racconterà anedotti interessanti e la quotidianità della città -. Siamo al Museo del Tunnel che si trova nel quartiere Butmir – Ulica Tuneli 1 -, aperto tutti i giorni dalle 9 alle 16; l’entrata costa 10 KM (circa 5 euro). E’ piuttosto difficile arrivarci da soli, meglio affidarsi ad un taxi o appunto ad una visita guidata.

Tunel

C’è chi dice che questo tunnel abbia salvato la vita ai sarajevesi intrappolati durante gli anni dell’assedio, quando dalla città niente e nessuno ne uscivano e niente e nessuno ci entravano. Quindi nemmeno le scorte alimentari e i beni di primaria importanza.

Originariamente era lungo circa 800 mt, largo 1,20 mt e alto 1,50 mt., il punto più profondo si trova a 5 mt. sotto terra. Fu realizzato scavando a mano e con dei mezzi di fortuna. Vi si accedeva passando da una casetta anonima della famiglia Kolar.

TunnelPale

Oggi sono percorribili 25 mt., ma posso assicurare che sono sufficienti per cercare di capire cosa fosse passare lì sotto per poter far sopravvivere la propria famiglia, un’intera città. Ogni giorno vi transitavano 4000 persone e ci si impegavano due ore per percorrere quegli 800 mt.
All’esterno del tunel si trova un piccolo Museo che contiene alcuni cimeli di quei giorni come armi, attrezzi usati per lo scavo, “indumenti” di fortuna.
All’esterno vengono proiettati dei filmati che mostrano cos’erano quegli anni di assedio e cosa ha significato il Tunnel.
stivali un
La zona intorno è ancora transennata per il pericolo mine – problema che esiste in tutta la Bosnia Erzegovina.
Mine

La prima parte di questo viaggio nella memoria di Sarajevo finisce qui, ma…ci sono ancora molte cose da raccontare.

Vecchio tram

BOSNIA, UN’EMOZIONE LUNGA VENT’ANNI

mimum

La mia storia con la Bosnia inizia da lontano, esattamente dal 1992-1993.

Nei mesi in cui nella ex Jugoslavia infuriava la guerra civile mi ritrovai quasi per caso a fare “volontariato” nei luoghi adibiti ad accogliere le persone che scappavano – spesso “solo” temporaneamente” – da quell’inferno che fino a pochi mesi prima erano le loro case.

È stato attraverso le loro storie che ho imparato a “conoscere” città e cittadine come Banja Luka, Bihac, Osijek, Mostar, Zenica, Tuzla, Brcko, Slavonski Brod , Srebrenica, Sarajevo. Soprattutto storie di bambini o di giovani ragazze  come me. I loro nomi li ricordo ancora: Maritza, Irma, Emira, Fatima, Sanela, Adnan, Clarissa, Nina, Melina, Amela.

I loro volti sono ancora dentro di me e spesso in questi vent’anni mi sono chiesta dove fossero, che uomini e donne fossero diventati. Perché molti di loro partivano all’improvviso, lasciavano i campi profughi per tornare in quella che non era  più la Federazione Jugoslava del Maresciallo Tito ma erano Stati indipendenti: Bosnia, Croazia, Serbia e Montenegro. Oppure trovavano rifugio da parenti e amici per lo più in Germania o Inghilterra, senza lasciare comprensibilmente nessun recapito. In questi anni avrei tanto voluto rintracciare qualcuno di loro ma purtroppo senza sapere il cognome e con una foto  vecchia la cosa si è rivelata impossibile.

Finché alcuni mesi fa io e mio marito abbiamo deciso la meta delle vacanze estive: perché non farsi un giro nei Balcani? Sarajevo? Sì anche Sarajevo. E così ho iniziato a pensare al perché in tutti questi anni di viaggi per il mondo non avessi mai pensato ad andare nella capitale bosniaca. Già..perché?

Ci ho riflettuto nel periodo di preparazione al viaggio e la risposta che mi sono data può sembrare stupida: nella mia testolina questa città e la Bosnia Erzegovina erano rimasti territori di guerra.

Mai mi sarei immaginata di poter camminare lungo quella che all’epoca era chiamata la “via dei cecchini” , vedere da vicino l’Holiday Inn – quell’ enorme albergo colorato di giallo, forse un po’ stonato nell’architettura di stampo comunista della vecchia Sarajevo, uno dei simboli della città assediata – visitare quel tunnel scavato a mano che ha salvato la vita alla popolazione durante gli anni dell assedio

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fare la spesa al Markale, luogo di stragi infinite

markale(sullo sfondo la grande parete rossa menziona tutti i morti nelle due stragi al Markale)

E fare queste cose magari con una delle persone conosciute in quegli anni: quante possibilità ci sarebbero state?

Ebbene…questo è successo. E ora che lo scrivo appare ancora più incredibile!

È però doverosa una premessa. Prima di partire ho chiesto ad una persona che all’epoca coordinava il gruppo di volontari di mettermi in contatto – se ci fosse riuscito – con una ragazza in particolare che sapevo essere tornata a Sarajevo durante la guerra ma di cui non avevo avuto più notizie.  E il “miracolo” è avvenuto!

Ci siamo prima parlate al telefono e già solo il fatto di sapere che stava bene, che ce l’aveva fatta – non era poi così scontato – che si fosse sposata e avesse due meravigliosi figli è stata per me una gioia immensa! Ricordavo di lei i suoi capelli biondissimi e i suoi riccioli morbidi e  sapevo solo che era rientrata prima della fine della guerra per ricongiungersi al suo amore – che è diventato suo marito, il “suo eroe” come lo abbiamo affettuosamente soprannominato -.

Ci siamo accordate, per rivederci a distanza di più di vent’anni nella sua città: Sarajevo.

Dopo questa doverosa premessa..l’incontro c’è stato: lei accompagnata dal suo bellissimo bambino, abbiamo cenato insieme in Baščaršija, abbiamo parlato, ci ha raccontato la sua Storia – sì, con la esse maiuscola – con una tale serenità e con la gioia di chi sa di essere fortunata, di avercela fatta.

E per me è stato come un fiume in piena che riversa emozioni e sensazioni, ricordi messi in un angolo e riaffiorati in quel preciso momento. Ascoltandola mentre con il sorriso mi raccontava quello che aveva passato mi ha fatto commuovere. Andare a casa sua, conoscere suo marito, passeggiare insieme a loro lungo quella che durante la guerra era la “sniper alley” ci ha riportato a quei giorni. Tutto questo mi ha fatto innamorare ancora di più di questa città.

Lei ci ha letteralmente spinto a bere dalla fontana posta all esterno della grande moschea in Baščaršija: la leggenda vuole che chi beve da lì tornerà a Sarajevo! Ho bevuto a piene mani!!

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Mente scrivo e ripenso al momento in cui ci siamo salutate provo ancora la stessa stretta al cuore..

Difficile da spiegare razionalmente: è come se avessi ri-trovato una parte di me, come se questi 20 anni non fossero mai passati.

Ma non è stato un addio: sono certa che ci rivedremo. Del resto ho bevuto l’acqua della  fontana!!

Grazie Sarajevo per avermi ridato una parte della mia vita: questo non è stato il “solito” viaggio, ma un viaggio del cuore e dell anima.

Per chi fosse interessato a (cercare di) capire e magari conoscere quello che è stato l’assedio di Sarajevo durato 4 lunghissimi anni, può dare un’occhiata a questo documentario o leggere il libro “Surviving Sarajevo: [Assedio in XVI movimenti]” di Giano La Setta.

Se volete sapere cos’è stata quell’esperienza di volontariato in Italia cliccate qui

Di seguito alcune foto fatte in quegli anni: magari questo potente mezzo che è internet mi permetterà di ritrovare qualcuno di questi bambini.

sanela.jpg(Sanela)

fatima.jpg(Fatima – Campo Profughi Postojna Slovenia)

irma.jpg(Irma – Campo Profughi Bibione – ricordo che proveniva da Srebrenica.)

lubiana.jpg

 

 

Sarajevo ljubavi moja

Moschea sarajevo

Sono qui, seduta nel terrazzo del nostro appartamento di Dubrovnik, in una giornata di relax ma..ma tornano alla mente i giorni passati a Sarajevo. Con questa città mi lega una storia, tante storie, lunga vent’anni.Ma per parlare di questo devo ancora elaborare alcune emozioni, forti emozioni che da sole sono valse il viaggio. Ma visto che molti ancora devono partire e magari sono indecisi sulla meta un solo consiglio: andate a Sarajevo! Mi ha rapita, stregata, fatta innamorare come pochi luoghi al mondo sono riusciti a fare. Si respira un’aria particolare, difficile da descrivere, un misto fra oriente e occidente (banale si..forse, ma sono le uniche parole che la descrivono). Lasciatevi trasportare dalla folla lungo il labirinto della Bascjarja

baskasrsja

prendetevi un po’ di tempo per assaporare i ritmi balcanici magari davanti ad un Bosanska kafa (il caffè turco per intenderci servito con dei dolci simili alle nostre gelatine nei bicchierini tipici)

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Provate i cevapcici in uno dei tanti ristorantini

cevapi

O la pita (o burek) burek

E non fatevi mancare la baklava

 

Rilassatevi in uno dei tanti narghila bar (tutto legale eh!!)

narghila

Andateci a Sarajevo, ma fatelo anche in punta di piedi: i segni della recentissima guerra sono ben visibili e non solo negli edifici, ferite profonde nell’anima di questa bellissima città che mi ha rapito il cuore.

proiettili

Vivetela senza fretta, senza l’ansia di voler vedere tutto…tanto ci tornerete!

TRA MARE E MINIERE

Questa volta voglio portarvi a fare un giro in Sardegna. Ma non la solita Sardegna di Porto Cervo o della Costa Smeralda.

Ogni volta che torniamo nella terra natia di mio marito cerchiamo qualche posticino caratteristico e magari un po’ isolato – anche in agosto – per scoprire un pezzettino di questa regione meravigliosa che mi ha rapito il cuore.

La Sardegna non è solo mare da sogno, ma soprattutto, terra misteriosa, leggendaria, un’isola che mantiene ancora molte tradizioni arcaiche, e per me che amo le “memorie”  dei luoghi  che visito, una vera scoperta.

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Così in questa ricerca sono riuscita a far vedere anche a mio marito un pezzo della sua terra sconosciuta anche a lui.

Partiamo alla volta di Stintino nella costa nord-occidentale dell’Isola; faremo “base” presso il B&B “Sul Porto” gestito dal bravissimo, entusiasta e simpaticissimo Giorgio (Giorgio Gavini / giogav@yahoo.it / + 39 392.3860048) che ci ha fatto sentire come a casa!

Il luogo che andremo a visitare si trova a circa 40 km da Stintino; percorriamo la strada statale n° 18 che fa da sfondo a boschetti di macchia mediterranea nel territorio della Nurra; il panorama è mozzafiato tra dune, calette paradisiache , rocce scolpite dal vento e dal tempo.

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Parcheggiamo l’auto nella piazza del paesino accanto al “Bar del Minatore” e ci addentriamo lungo le vie.

L’Argentiera fa parte del Parco Geominerario della  Sardegna e in questo momento è in corso la ristrutturazione della vecchia “laveria di legno”, un insieme di edifici addossati l’uno all’altro il cui materiale costruttivo principale è il legno e che era collegata alle galleria da cui venivano trasportati i minerali:

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La vecchia miniera, abbandonata definitivamente nel 1963, era stata realizzata nel 1840 ed era atta all’estrazione di argento, piombo e zinco, grazie alla quale il piccolo insediamento prosperò. Ma l’erosione delle rocce dovuta alla vicinanza al mare causò una serie di crolli devastanti in cui morirono moltissimi minatori, le cui anime  – si dice – si aggirino ancora nei vecchi ruderi.

Camminando in questo luogo magico e misterioso quello che più mi colpisce è il silenzio; solo il rumore del  vento di maestrale fa da colonna sonora alla nostra visita. L’atmosfera è unica e affascinate; non posso fare a meno di immaginare la vita frenetica e faticosa durante il periodo di massimo splendore della miniera. Le  abitazioni dei minatori sembrano parlare di momenti terribili e di momenti conviviali. Sembra che il tempo si sia fermato nel momento esatto in cui la miniera venne abbandonata e della presenza di uomini e donne che qui vissero resta solo la testimonianza di queste mura silenti ed una vecchia ancora abbandonata davanti alla porta della Chiesa intitolata a Santa Barbara, protettrice dei minatori:

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Guardando il mare, così impetuoso e altero, sferzato dal maestrale, non posso fare a meno di pensare al libro di Salvatore Niffoi “Ritorno a Baraule”.

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Ha un che di maestoso, irraggiungibile, surreale, una forza straordinaria che bene si accosta al paesaggio circostante.

La caletta che raggiungiamo è di sabbia fine e scura con striature argentee; il mare è limpidissimo e cristallino che contrasta con gli scogli scuri, creando dei giochi  di luce che mi abbagliano.

Per oggi rinunciamo al bagno visto che il mare è davvero molto agitato, ma ci ripromettiamo di tornarci perché questo luogo ci ha affascinato e colpito come pochi, magari durante il Festival letterario “Sulla terra leggeri” che si svolge tra luglio ed agosto in questa cornice suggestiva.

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Certo, non è forse la Sardegna che ti aspetti, ma se siete alla ricerca di luoghi incontaminati, di emozioni, di luoghi che “parlino” questo è il posto che fa per voi. Ma affrettatevi: una volta che la ristrutturazione del borgo minerario sarà terminata sono certa che diventerà metà fissa per molti turisti!

 

INFORMAZIONI

L’Argentiera si trova nel comune di Sassari, è raggiungibile percorrendo la strada che da Porto Torres conduce fino a Palmadula; bisogna proseguire sulla SP 18 in direzione Argentiera.

LIBRI

“Passavamo sulla terra leggeri” di Sergio Atzeni (ed. Mondadori – anche ebook)

La storia romanzata dei S’ard, i “danzatori delle stelle”, gli antichi abitanti della Sardegna, tra battaglie, tradizioni , protagonisti realmente esisti e inventati.

 

“Ritorno a Baraule” di Salvatore Niffoi (ed. Adelphi)

Una Sardegna immaginaria, un viaggio all’interno delle tradizioni, tra cose dette e silenzi pesanti. Un giallo “esistenziale”

 

“Accabadora” di Michela Murgia (ed. Einaudi)

“Colei che finisce”: è questo il termine sardo che indicava una donna, che “accompagnava” alla morte persone anziane e malate. In questo libro ritroviamo una Sardegna arcaica, entriamo nelle tradizioni di una terra aspra che ancora oggi vivono. La Murgia in questo libro tocca temi delicati quali l’adizione e l’eutanasia con tatto e delicatezza.

 

“Viaggio in Sardegna. Undici percorsi nell’isola che non si vede” di Michela Murgia (ed. Super ET – anche ebook)

“Ci sono buchi in Sardegna che sono case di fate, morti che sono colpa di donne vampiro, fumi sacri che curano i cattivi sogni e acque segrete dove la luna specchiandosi rivela il futuro e i suoi inganni. Ci sono statue di antichi guerrieri alti come nessun sardo è stato mai, truci culti di santi che i papi si sono scordati di canonizzare, porte di pietra che si aprono su mondi ormai scomparsi, e mari di grano lontani dal mare, costellati di menhir contro i quali le promesse spose strusciano impudicamente il ventre nel segreto della notte, vegliate da madri e nonne. C’è una Sardegna come questa, o davanti ai camini si racconta che ci sia, che poi è la stessa cosa, perché in una terra dove il silenzio è ancora il dialetto più parlato, le parole sono luoghi più dei luoghi stessi, e generano mondi. Un’isola delle storie che va visitata così: attraverso percorsi di parole che disegnino i profili dei luoghi, diano loro una forma al di là delle pietre lise, li rendano ricordo condiviso e infine aiutino a dimenticarli, perché non corrano il rischio di restare dentro e prenderne il posto. Questa storia è un viaggio in compagnia di dieci parole, dieci concetti alla ricerca di altrettanti luoghi, più uno. Undici mete, perché i numeri tondi si addicono solo alle cose che possono essere capite definitivamente. Non è così la Sardegna, dove ogni spazio apparentemente conquistato nasconde un oltre che non si fa mai cogliere immediatamente, conservando la misteriosa verginità delle cose solo sfiorate.”

(tratto dalla prefazione)