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MEMORIE DI SARAJEVO – Seconda parte

“Ogni giorno, durante i quasi quattro anni di assedio, venivano uccisi -in media -nove sarajevesi tra donne, uomini, bambini, studenti. Ti sembrano pochi, lettore? Allora prova a fare un semplice esercizio di immaginazione, questa notte, quando ti corichi: invece che contare le pecorelle, prova a pensare a nove persone, tra parenti e amici, che abitano nella tua città. Prova a visualizzare le loro facce, prova a riprodurre nella mente le loro voci e le loro risate, ripeti i loro nomi uno dopo l’altro. Poi immagina che siano morti. Di più, che siano morti ammazzati. Magari mentre attendevano a una qualunque delle attività che potevano averli occupati durante la giornata: salire sul tram, fare la spesa al mercato, recarsi a scuola, in ufficio o al tempio. Ora metti lì, di fronte a te, in fila, quegli uno, due, tre, nove morti. Ripeti questo esercizio, ogni notte, per millequattrocentoventicinque notti.” (Surviving Sarajevo: [Assedio in XVI movimenti] di Giano La Setta)

PREGHIERA

Vi prendo delicatamente per mano: ci eravamo lasciati al Museo del Tunnel – musica e immagini di sottofondo Miss Sarajevo degli U2 feat Luciano Pavarotti.

Vi porto al Markale che si trova a pochi passi dalla Cattedrale Cattolica. Qui si perpetuarono due stragi: la prima nel febbraio del 1994 ed una seconda nell’agosto del 1995.

markale

Oggi il mercato è affollato di persone e di banchi su cui sono esposti prodotti della terra di Bosnia, dalla frutta alla verdura, miele, fiori, olive. Brulica di colori ed odori.

Eppure anche in questo vivace mercato il mio sguardo si posa su una parete rossa, laggiù in fondo al mercato. E’ una lapide commemorativa che riporta i nomi di tutti coloro che in quei giorni del febbraio ’94 e dell’agosto ’95 hanno perso la vita mentre facevano la spesa o mentre erano in fila per avere dell’acqua potabile.

I banchi sono pieni di colori, molto più ordinati di quanto non ricordassi..l’elenco dei morti è in fondo su un muro di pietra grigia, è impressionante. E’ l’elenco dei vivi strappati alla vita, tutti nello stesso istante, nello stesso battito d’ali dello stesso diavolo. (Margaret Mazzantini “Venuto al mondo”)

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Io consiglio una visita oltre che per portare un segno di rispetto e di memoria anche per assaporare e magari acquistare un po’ di questi prodotti – noi ne abbiamo “approfittato” per fare la spesa – e non lasciatevi sfuggire la parte del mercato “al chiuso” dove scoprirete ogni tipo di formaggio. Sarà questo anche un mondo per socializzare e dare una mano ai sarajeviti e ai bosniaci.

Il mercato è aperto tutti i giorni dalle 08.00 alle 17.00 e la domenica mezza giornata.

Proseguendo lungo la via (ulica, che si legge uliza 😉 ) Marsala Tita raggiungiamo uno dei tanti centri commerciali che in questi anni sono nati come funghi a Sarajevo: il BBI Centar. No..non vi voglio portare in giro a fare shopping, ma serve come punto di riferimento. Proprio  di fronte si trova un monumento particolare. Noi lo abbiamo trovato quasi per caso, di rientro da una serata con la mia amica Amela che ci aveva dato le indicazioni – tutto questo lungo tour di Sarajevo noi lo abbiamo fatto a piedi, ma devo dire che i taxi sono economici e prendere il tram credo che sia un’esperienza da vivere -. E’ una fontana di cemento e vetro ed è nata per ricordare i bambini di Sarajevo che non ci sono più a causa dell’assedio. Ma non di tutti i bambini: i nomi che leggi sono di piccole anime musulmane. I bambini serbi probabilmente – o forse no…chissà – avranno un monumento a loro dedicato in Serbia o nella Repubblica Srpska.

E’ una delle tante facce di questa strana città. Questa città che ad ogni angolo ti costringe a farti mille domande, che ti sventra, che ti fa ridere e piangere, che ti butta giù e ti fa dire “Ma com’è possibile che tutto questo sia successo a qualche chilometro da casa mia nella quasi totale indifferenza generale?”.

Un ultimo passo in questo viaggio della memoria lo faccio in direzione della Mostra sul genocidio di  Srebrenica: “Srebrenica Exhibition” – che si trova al terzo piano di un edificio accanto alla cattedrale Cattolica.

L’ 11 luglio del 1995 nel paese di Potocari a pochi km. da Srebrenica – territorio sotto tutela ONU – 8.372 uomini furono massacrati dall’esercito serbo e dal loro comandate Mladic. Devo essere sincera: tra tutti i massacri, il dolore di questa e altre guerre, di Srebrenica fatico a parlare. Se non conoscete la storia di questi martiri vi consiglio la lettura di questo articolo nonchè la lettura del libro di Luca Leone “Srebrenica i giorni della vergogna” con prefazione di Carla Dal Ponte procuratore capo del Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia dal 1999 al 2007.

La Mostra è un pugno nello stomaco fin dall’entrata: intere pareti ricoperte dalle foto degli uomini e ragazzi uccisi in quel massacro quando ancora erano in vita. Ti guardano, ti scrutano, ti accusano, ti assolvono. In sottofondo “Miss Sarajevo” e in uno schermo in centro alla sala la proiezione continua delle interviste alle mamme  di coloro che non ci sono più. Madri che ancora oggi, a vent’anni esatti di distanza, non hanno trovato giustizia e molte nemmeno una tomba dove piangere i loro figli – i corpi finora riconosciuti sono circa 6.000. Tutto intorno foto che ti colpiscono in pieno petto… Ho pianto. Mi sono sentita incazzata e impotente. Avrei voluto chiedere scusa a quelle madri per la nostra indifferenza, per il nostro esserci girati dall’altra parte.

Sarajevo (ma io voglio dire la Bosnia intera) è proprio come dice Margaret Mazzantini: “una città dove il passato pesa e fa rumore, come un barattolo al piede”.

Esco dalla Mostra tramortita, frastornata. Fuori c’è la Sarajevo colorata, multietnica: una ragazza con l’hijab mi sorride, ricambio ed è questa una delle ultime immagini della “mia” Sarajevo. Perchè quella ragazza è la speranza che Sarajevo – e la Bosnia Erzegovina – torni come prima di quella maledetta guerra fratricida: una città dove accanto alla Moschea e al richiamo alla preghiera del muezzin senti suonare le campane di una Chiesa cattolica, dove a distanza di due passi puoi entrare in una Sinagoga ed uscendo ti puoi “infilare” dentro una Cattedrale ortodossa. Perchè Sarajevo era e spero tornerà ad essere questo: un misto di culture, religioni che convivono, si abbracciano e si appartengono. Perchè “A Sarajevo, non si “tollera” la diversità, perché Sarajevo è sempre stata -semplicemente – una comunità, il cui principio identitario era la città stessa (Giano La Satta) “

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Nota a margine: Prometto che il prossimo articolo su Sarajevo sarà più “allegro” ;). Ma secondo il mio modestissimo parere chi decide di visitare questa città lo dovrebbe fare sapendo cosa è successo dall’altra parte dell’Adriatico vent’anni fa, anche per riuscire a vedere Sarajevo e i sarajeviti con occhio diverso, cercando di capire quale sforzo siano riusciti a fare per risollevare sè stessi e la città: caparbi, irriducibili anche durante la guerra molto di più in tempo di pace. Perchè “sapendo” non puoi fare a meno di guardare le persone che incontri con occhio diverso; non puoi fare a meno di chiederti quali storie e quali sofferenze ci siano dietro ai loro sorrisi di oggi, quante lacrime abbiano versato “ieri”. Eppure sono qui, come la mia amica Amela con i suoi meravigliosi figli e suo marito, il suo “eroe”. Non abbiate timore di parlare con loro della guerra: il popolo di Sarajevo vi stupirà per franchezza e realismo, non per farsi compiangere ma per farvi conoscere e capire.

BOSNIA, UN’EMOZIONE LUNGA VENT’ANNI

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La mia storia con la Bosnia inizia da lontano, esattamente dal 1992-1993.

Nei mesi in cui nella ex Jugoslavia infuriava la guerra civile mi ritrovai quasi per caso a fare “volontariato” nei luoghi adibiti ad accogliere le persone che scappavano – spesso “solo” temporaneamente” – da quell’inferno che fino a pochi mesi prima erano le loro case.

È stato attraverso le loro storie che ho imparato a “conoscere” città e cittadine come Banja Luka, Bihac, Osijek, Mostar, Zenica, Tuzla, Brcko, Slavonski Brod , Srebrenica, Sarajevo. Soprattutto storie di bambini o di giovani ragazze  come me. I loro nomi li ricordo ancora: Maritza, Irma, Emira, Fatima, Sanela, Adnan, Clarissa, Nina, Melina, Amela.

I loro volti sono ancora dentro di me e spesso in questi vent’anni mi sono chiesta dove fossero, che uomini e donne fossero diventati. Perché molti di loro partivano all’improvviso, lasciavano i campi profughi per tornare in quella che non era  più la Federazione Jugoslava del Maresciallo Tito ma erano Stati indipendenti: Bosnia, Croazia, Serbia e Montenegro. Oppure trovavano rifugio da parenti e amici per lo più in Germania o Inghilterra, senza lasciare comprensibilmente nessun recapito. In questi anni avrei tanto voluto rintracciare qualcuno di loro ma purtroppo senza sapere il cognome e con una foto  vecchia la cosa si è rivelata impossibile.

Finché alcuni mesi fa io e mio marito abbiamo deciso la meta delle vacanze estive: perché non farsi un giro nei Balcani? Sarajevo? Sì anche Sarajevo. E così ho iniziato a pensare al perché in tutti questi anni di viaggi per il mondo non avessi mai pensato ad andare nella capitale bosniaca. Già..perché?

Ci ho riflettuto nel periodo di preparazione al viaggio e la risposta che mi sono data può sembrare stupida: nella mia testolina questa città e la Bosnia Erzegovina erano rimasti territori di guerra.

Mai mi sarei immaginata di poter camminare lungo quella che all’epoca era chiamata la “via dei cecchini” , vedere da vicino l’Holiday Inn – quell’ enorme albergo colorato di giallo, forse un po’ stonato nell’architettura di stampo comunista della vecchia Sarajevo, uno dei simboli della città assediata – visitare quel tunnel scavato a mano che ha salvato la vita alla popolazione durante gli anni dell assedio

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fare la spesa al Markale, luogo di stragi infinite

markale(sullo sfondo la grande parete rossa menziona tutti i morti nelle due stragi al Markale)

E fare queste cose magari con una delle persone conosciute in quegli anni: quante possibilità ci sarebbero state?

Ebbene…questo è successo. E ora che lo scrivo appare ancora più incredibile!

È però doverosa una premessa. Prima di partire ho chiesto ad una persona che all’epoca coordinava il gruppo di volontari di mettermi in contatto – se ci fosse riuscito – con una ragazza in particolare che sapevo essere tornata a Sarajevo durante la guerra ma di cui non avevo avuto più notizie.  E il “miracolo” è avvenuto!

Ci siamo prima parlate al telefono e già solo il fatto di sapere che stava bene, che ce l’aveva fatta – non era poi così scontato – che si fosse sposata e avesse due meravigliosi figli è stata per me una gioia immensa! Ricordavo di lei i suoi capelli biondissimi e i suoi riccioli morbidi e  sapevo solo che era rientrata prima della fine della guerra per ricongiungersi al suo amore – che è diventato suo marito, il “suo eroe” come lo abbiamo affettuosamente soprannominato -.

Ci siamo accordate, per rivederci a distanza di più di vent’anni nella sua città: Sarajevo.

Dopo questa doverosa premessa..l’incontro c’è stato: lei accompagnata dal suo bellissimo bambino, abbiamo cenato insieme in Baščaršija, abbiamo parlato, ci ha raccontato la sua Storia – sì, con la esse maiuscola – con una tale serenità e con la gioia di chi sa di essere fortunata, di avercela fatta.

E per me è stato come un fiume in piena che riversa emozioni e sensazioni, ricordi messi in un angolo e riaffiorati in quel preciso momento. Ascoltandola mentre con il sorriso mi raccontava quello che aveva passato mi ha fatto commuovere. Andare a casa sua, conoscere suo marito, passeggiare insieme a loro lungo quella che durante la guerra era la “sniper alley” ci ha riportato a quei giorni. Tutto questo mi ha fatto innamorare ancora di più di questa città.

Lei ci ha letteralmente spinto a bere dalla fontana posta all esterno della grande moschea in Baščaršija: la leggenda vuole che chi beve da lì tornerà a Sarajevo! Ho bevuto a piene mani!!

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Mente scrivo e ripenso al momento in cui ci siamo salutate provo ancora la stessa stretta al cuore..

Difficile da spiegare razionalmente: è come se avessi ri-trovato una parte di me, come se questi 20 anni non fossero mai passati.

Ma non è stato un addio: sono certa che ci rivedremo. Del resto ho bevuto l’acqua della  fontana!!

Grazie Sarajevo per avermi ridato una parte della mia vita: questo non è stato il “solito” viaggio, ma un viaggio del cuore e dell anima.

Per chi fosse interessato a (cercare di) capire e magari conoscere quello che è stato l’assedio di Sarajevo durato 4 lunghissimi anni, può dare un’occhiata a questo documentario o leggere il libro “Surviving Sarajevo: [Assedio in XVI movimenti]” di Giano La Setta.

Se volete sapere cos’è stata quell’esperienza di volontariato in Italia cliccate qui

Di seguito alcune foto fatte in quegli anni: magari questo potente mezzo che è internet mi permetterà di ritrovare qualcuno di questi bambini.

sanela.jpg(Sanela)

fatima.jpg(Fatima – Campo Profughi Postojna Slovenia)

irma.jpg(Irma – Campo Profughi Bibione – ricordo che proveniva da Srebrenica.)

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