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VENUTO AL MONDO

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VENUTO AL MONDO di Margaret Mazzantini Ed. Mondadori 2010

Una mattina Gemma sale su un aereo, trascinandosi dietro un figlio di oggi, Pietro, un ragazzo di sedici anni. Destinazione Sarajevo, città-confine tra Occidente e Oriente, ferita da un passato ancora vicino. Ad attenderla all’aeroporto, Gojko, poeta bosniaco, amico, fratello, amore mancato, che ai tempi festosi delle Olimpiadi invernali del 1984 traghettò Gemma verso l’amore della sua vita, Diego, il fotografo di pozzanghere. Il romanzo racconta la storia di questo amore, una storia di ragazzi farneticanti che si rincontrano oggi invecchiati in un dopoguerra recente. Una storia d’amore appassionata, imperfetta come gli amori veri. Ma anche la storia di una maternità cercata, negata, risarcita. Il cammino misterioso di una nascita che fa piazza pulita della scienza, della biologia, e si addentra nella placenta preistorica di una guerra che mentre uccide procrea. L’avventura di Gemma e Diego è anche la storia di tutti noi, perché questo è un romanzo contemporaneo. Di pace e di guerra. La pace è l’aridità fumosa di un Occidente flaccido di egoismi, perso nella salamoia del benessere. La guerra è quella di una donna che ingaggia contro la natura una battaglia estrema e oltraggiosa. L’assedio di Sarajevo diventa l’assedio di ogni personaggio di questa vicenda di non eroi scaraventati dalla storia in un destino che sembra in attesa di loro come un tiratore scelto. Un romanzo-mondo, di forte impegno etico, spiazzante come un thriller, emblematico come una parabola.

Preso in mano, iniziato e poi riposto, girato e rigirato..c’era qualcosa che mi impediva la lettura di questo tanto declamato romanzo. Le mie amiche – ringrazio Nadia e Simona per avermi “accompagnato” alla lettura – mi dicevano “è bellissimo..ti piacerà..devi leggerlo” . Tranquilli: il problema era mio 😉 perché di rientro dal viaggio a Sarajevo quando molti nodi si sono sciolti e le emozioni hanno cominciato a fluttuare in 5 giorni l’ho finito. Me lo sono “bevuto” questo libro, mi ha incollato al divano, al letto, alla sedia, in piedi in fila alla posta..ogni momento vuoto era una scusa per leggere anche poche righe. Mi ha sventrato, dilaniato: ho pianto e riso con Gemma. Seicento pagine di emozioni pure, indelebili. E “colpi di scena” in ogni pagina: quando pensi di aver capito la Mazzantini fa un giro e ti stupisce.

Tocca temi come la maternità e la non-maternità, l’amicizia, gli amori di quelli che ti tolgono il fiato ma mai sdolcinati, la guerra, la vita e la morte legate ad un unico filo.

C’è una parte intima, familiare ed una parte corale che si legano a doppio filo, con la vita di Gemma e di suo figlio Pietro che riportano alla luce un pezzo della nostra Storia recente troppo spesso dimenticata. Nelle parole della Mazzantini è evidente la contrapposizione tra un prima e un dopo, tra la vita di una donna in tempo di pace e di un’altra donna in tempo di guerra, tra la vita normale e quasi banale al di qua dell’Adriatico e la vita sull’altra sponda, nello stesso momento, nelle stesse ore in cui a Roma si va ad una festa tra musica e caviale a Sarajevo si fatica a trovare da mangiare, si muore in fila per una pagnotta di pane o una tanica di acqua potabile.

Un libro a volte crudo, a volte dolce, un libro “da pelle d’oca”, uno di queli libri che una volta arrivata alla fine vorresti ricominciare subito da capo.

Si è capito che a me è piaciuto davvero tanto!? 😉

E voi? Lo avete letto? Quali impressioni ed emozioni vi ha lasciato?

 

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BOSNIA, UN’EMOZIONE LUNGA VENT’ANNI

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La mia storia con la Bosnia inizia da lontano, esattamente dal 1992-1993.

Nei mesi in cui nella ex Jugoslavia infuriava la guerra civile mi ritrovai quasi per caso a fare “volontariato” nei luoghi adibiti ad accogliere le persone che scappavano – spesso “solo” temporaneamente” – da quell’inferno che fino a pochi mesi prima erano le loro case.

È stato attraverso le loro storie che ho imparato a “conoscere” città e cittadine come Banja Luka, Bihac, Osijek, Mostar, Zenica, Tuzla, Brcko, Slavonski Brod , Srebrenica, Sarajevo. Soprattutto storie di bambini o di giovani ragazze  come me. I loro nomi li ricordo ancora: Maritza, Irma, Emira, Fatima, Sanela, Adnan, Clarissa, Nina, Melina, Amela.

I loro volti sono ancora dentro di me e spesso in questi vent’anni mi sono chiesta dove fossero, che uomini e donne fossero diventati. Perché molti di loro partivano all’improvviso, lasciavano i campi profughi per tornare in quella che non era  più la Federazione Jugoslava del Maresciallo Tito ma erano Stati indipendenti: Bosnia, Croazia, Serbia e Montenegro. Oppure trovavano rifugio da parenti e amici per lo più in Germania o Inghilterra, senza lasciare comprensibilmente nessun recapito. In questi anni avrei tanto voluto rintracciare qualcuno di loro ma purtroppo senza sapere il cognome e con una foto  vecchia la cosa si è rivelata impossibile.

Finché alcuni mesi fa io e mio marito abbiamo deciso la meta delle vacanze estive: perché non farsi un giro nei Balcani? Sarajevo? Sì anche Sarajevo. E così ho iniziato a pensare al perché in tutti questi anni di viaggi per il mondo non avessi mai pensato ad andare nella capitale bosniaca. Già..perché?

Ci ho riflettuto nel periodo di preparazione al viaggio e la risposta che mi sono data può sembrare stupida: nella mia testolina questa città e la Bosnia Erzegovina erano rimasti territori di guerra.

Mai mi sarei immaginata di poter camminare lungo quella che all’epoca era chiamata la “via dei cecchini” , vedere da vicino l’Holiday Inn – quell’ enorme albergo colorato di giallo, forse un po’ stonato nell’architettura di stampo comunista della vecchia Sarajevo, uno dei simboli della città assediata – visitare quel tunnel scavato a mano che ha salvato la vita alla popolazione durante gli anni dell assedio

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fare la spesa al Markale, luogo di stragi infinite

markale(sullo sfondo la grande parete rossa menziona tutti i morti nelle due stragi al Markale)

E fare queste cose magari con una delle persone conosciute in quegli anni: quante possibilità ci sarebbero state?

Ebbene…questo è successo. E ora che lo scrivo appare ancora più incredibile!

È però doverosa una premessa. Prima di partire ho chiesto ad una persona che all’epoca coordinava il gruppo di volontari di mettermi in contatto – se ci fosse riuscito – con una ragazza in particolare che sapevo essere tornata a Sarajevo durante la guerra ma di cui non avevo avuto più notizie.  E il “miracolo” è avvenuto!

Ci siamo prima parlate al telefono e già solo il fatto di sapere che stava bene, che ce l’aveva fatta – non era poi così scontato – che si fosse sposata e avesse due meravigliosi figli è stata per me una gioia immensa! Ricordavo di lei i suoi capelli biondissimi e i suoi riccioli morbidi e  sapevo solo che era rientrata prima della fine della guerra per ricongiungersi al suo amore – che è diventato suo marito, il “suo eroe” come lo abbiamo affettuosamente soprannominato -.

Ci siamo accordate, per rivederci a distanza di più di vent’anni nella sua città: Sarajevo.

Dopo questa doverosa premessa..l’incontro c’è stato: lei accompagnata dal suo bellissimo bambino, abbiamo cenato insieme in Baščaršija, abbiamo parlato, ci ha raccontato la sua Storia – sì, con la esse maiuscola – con una tale serenità e con la gioia di chi sa di essere fortunata, di avercela fatta.

E per me è stato come un fiume in piena che riversa emozioni e sensazioni, ricordi messi in un angolo e riaffiorati in quel preciso momento. Ascoltandola mentre con il sorriso mi raccontava quello che aveva passato mi ha fatto commuovere. Andare a casa sua, conoscere suo marito, passeggiare insieme a loro lungo quella che durante la guerra era la “sniper alley” ci ha riportato a quei giorni. Tutto questo mi ha fatto innamorare ancora di più di questa città.

Lei ci ha letteralmente spinto a bere dalla fontana posta all esterno della grande moschea in Baščaršija: la leggenda vuole che chi beve da lì tornerà a Sarajevo! Ho bevuto a piene mani!!

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Mente scrivo e ripenso al momento in cui ci siamo salutate provo ancora la stessa stretta al cuore..

Difficile da spiegare razionalmente: è come se avessi ri-trovato una parte di me, come se questi 20 anni non fossero mai passati.

Ma non è stato un addio: sono certa che ci rivedremo. Del resto ho bevuto l’acqua della  fontana!!

Grazie Sarajevo per avermi ridato una parte della mia vita: questo non è stato il “solito” viaggio, ma un viaggio del cuore e dell anima.

Per chi fosse interessato a (cercare di) capire e magari conoscere quello che è stato l’assedio di Sarajevo durato 4 lunghissimi anni, può dare un’occhiata a questo documentario o leggere il libro “Surviving Sarajevo: [Assedio in XVI movimenti]” di Giano La Setta.

Se volete sapere cos’è stata quell’esperienza di volontariato in Italia cliccate qui

Di seguito alcune foto fatte in quegli anni: magari questo potente mezzo che è internet mi permetterà di ritrovare qualcuno di questi bambini.

sanela.jpg(Sanela)

fatima.jpg(Fatima – Campo Profughi Postojna Slovenia)

irma.jpg(Irma – Campo Profughi Bibione – ricordo che proveniva da Srebrenica.)

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Sarajevo ljubavi moja

Moschea sarajevo

Sono qui, seduta nel terrazzo del nostro appartamento di Dubrovnik, in una giornata di relax ma..ma tornano alla mente i giorni passati a Sarajevo. Con questa città mi lega una storia, tante storie, lunga vent’anni.Ma per parlare di questo devo ancora elaborare alcune emozioni, forti emozioni che da sole sono valse il viaggio. Ma visto che molti ancora devono partire e magari sono indecisi sulla meta un solo consiglio: andate a Sarajevo! Mi ha rapita, stregata, fatta innamorare come pochi luoghi al mondo sono riusciti a fare. Si respira un’aria particolare, difficile da descrivere, un misto fra oriente e occidente (banale si..forse, ma sono le uniche parole che la descrivono). Lasciatevi trasportare dalla folla lungo il labirinto della Bascjarja

baskasrsja

prendetevi un po’ di tempo per assaporare i ritmi balcanici magari davanti ad un Bosanska kafa (il caffè turco per intenderci servito con dei dolci simili alle nostre gelatine nei bicchierini tipici)

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Provate i cevapcici in uno dei tanti ristorantini

cevapi

O la pita (o burek) burek

E non fatevi mancare la baklava

 

Rilassatevi in uno dei tanti narghila bar (tutto legale eh!!)

narghila

Andateci a Sarajevo, ma fatelo anche in punta di piedi: i segni della recentissima guerra sono ben visibili e non solo negli edifici, ferite profonde nell’anima di questa bellissima città che mi ha rapito il cuore.

proiettili

Vivetela senza fretta, senza l’ansia di voler vedere tutto…tanto ci tornerete!

IL GIORNO DI BAJRAM

IL GIORNO DI BAJRAM di Francesca Caminoli Ed. Jaca Book 1999

bajram

“Era la prima volta da mesi che entrava in una casa. Un luogo di affetti. Granate e cecchini avevano bucato i muri ma non avevano avuto abbastanza forza per scalfire i legami. Ruggero lo vedeva da tante piccole cose: un libro aperto sul divano, una macchinina rossa per terra, le cartoline di luoghi visitati o forse sognati attaccate in un caldo disordine su una parete.”

Il libro prende spunto da un fatto reale accaduto dopo la fine della guerra in Bosnia. Il giorno di Bajram, importante festa musulmana, alcuni abitanti di Sarajevo varcano i nuovi confini per visitare le tombe dei parenti. Il pullman viene assalito da un gruppo di serbi irriducibili e quattro persone vengone uccise. Testimoni involontari sono un giovane soldato italiano della missione di pace e un violinista serbo. Le storie dei quattro personaggi si intrecciano sullo sfondo della città in rovina, che mostra ancora aperte tutte le sue ferite fisiche e psicologiche.

MASCHERE PER UN MASSACRO

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MASCHERE PER UN MASSACRO di Paolo Rumiz Ed. Feltrinelli 2013

“La guerra dei Balcani è stata davvero una guerra etnica? Può sembrare un dubbio blasfemo, di fronte ad evidenze inoppugnabili… Ma i Balcani ci insegnano che spesso dietro a ogni verità se ne nasconde un’altra di segno contrario”

Paolo Rumiz, profondo conoscitore della “questione balcanica” ci fornisce una teoria diversa – e per certi versi terribile – della guerra in Bosnia.

Un reportage capace di svelare i veri meccanismi della guerra balcanica dietro i fraintendimenti e le mistificazioni. “La guerra mette a nudo la verità degli uomini e insieme la deforma. Ci sono tanti aspetti di questa verità; uno di essi è la cecità generale – cecità delle vittime, degli spettatori (i servizi d’informazione occidentale, oscillanti tra esasperazione, ignoranza o rimozione dell’orrore e fra cinismo e sentimentalismo) e della “grande politica”, che nel libro di Rumiz fa una figura grottesca.” (Claudio Magris).