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MEMORIE DI SARAJEVO – Seconda parte

“Ogni giorno, durante i quasi quattro anni di assedio, venivano uccisi -in media -nove sarajevesi tra donne, uomini, bambini, studenti. Ti sembrano pochi, lettore? Allora prova a fare un semplice esercizio di immaginazione, questa notte, quando ti corichi: invece che contare le pecorelle, prova a pensare a nove persone, tra parenti e amici, che abitano nella tua città. Prova a visualizzare le loro facce, prova a riprodurre nella mente le loro voci e le loro risate, ripeti i loro nomi uno dopo l’altro. Poi immagina che siano morti. Di più, che siano morti ammazzati. Magari mentre attendevano a una qualunque delle attività che potevano averli occupati durante la giornata: salire sul tram, fare la spesa al mercato, recarsi a scuola, in ufficio o al tempio. Ora metti lì, di fronte a te, in fila, quegli uno, due, tre, nove morti. Ripeti questo esercizio, ogni notte, per millequattrocentoventicinque notti.” (Surviving Sarajevo: [Assedio in XVI movimenti] di Giano La Setta)

PREGHIERA

Vi prendo delicatamente per mano: ci eravamo lasciati al Museo del Tunnel – musica e immagini di sottofondo Miss Sarajevo degli U2 feat Luciano Pavarotti.

Vi porto al Markale che si trova a pochi passi dalla Cattedrale Cattolica. Qui si perpetuarono due stragi: la prima nel febbraio del 1994 ed una seconda nell’agosto del 1995.

markale

Oggi il mercato è affollato di persone e di banchi su cui sono esposti prodotti della terra di Bosnia, dalla frutta alla verdura, miele, fiori, olive. Brulica di colori ed odori.

Eppure anche in questo vivace mercato il mio sguardo si posa su una parete rossa, laggiù in fondo al mercato. E’ una lapide commemorativa che riporta i nomi di tutti coloro che in quei giorni del febbraio ’94 e dell’agosto ’95 hanno perso la vita mentre facevano la spesa o mentre erano in fila per avere dell’acqua potabile.

I banchi sono pieni di colori, molto più ordinati di quanto non ricordassi..l’elenco dei morti è in fondo su un muro di pietra grigia, è impressionante. E’ l’elenco dei vivi strappati alla vita, tutti nello stesso istante, nello stesso battito d’ali dello stesso diavolo. (Margaret Mazzantini “Venuto al mondo”)

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Io consiglio una visita oltre che per portare un segno di rispetto e di memoria anche per assaporare e magari acquistare un po’ di questi prodotti – noi ne abbiamo “approfittato” per fare la spesa – e non lasciatevi sfuggire la parte del mercato “al chiuso” dove scoprirete ogni tipo di formaggio. Sarà questo anche un mondo per socializzare e dare una mano ai sarajeviti e ai bosniaci.

Il mercato è aperto tutti i giorni dalle 08.00 alle 17.00 e la domenica mezza giornata.

Proseguendo lungo la via (ulica, che si legge uliza 😉 ) Marsala Tita raggiungiamo uno dei tanti centri commerciali che in questi anni sono nati come funghi a Sarajevo: il BBI Centar. No..non vi voglio portare in giro a fare shopping, ma serve come punto di riferimento. Proprio  di fronte si trova un monumento particolare. Noi lo abbiamo trovato quasi per caso, di rientro da una serata con la mia amica Amela che ci aveva dato le indicazioni – tutto questo lungo tour di Sarajevo noi lo abbiamo fatto a piedi, ma devo dire che i taxi sono economici e prendere il tram credo che sia un’esperienza da vivere -. E’ una fontana di cemento e vetro ed è nata per ricordare i bambini di Sarajevo che non ci sono più a causa dell’assedio. Ma non di tutti i bambini: i nomi che leggi sono di piccole anime musulmane. I bambini serbi probabilmente – o forse no…chissà – avranno un monumento a loro dedicato in Serbia o nella Repubblica Srpska.

E’ una delle tante facce di questa strana città. Questa città che ad ogni angolo ti costringe a farti mille domande, che ti sventra, che ti fa ridere e piangere, che ti butta giù e ti fa dire “Ma com’è possibile che tutto questo sia successo a qualche chilometro da casa mia nella quasi totale indifferenza generale?”.

Un ultimo passo in questo viaggio della memoria lo faccio in direzione della Mostra sul genocidio di  Srebrenica: “Srebrenica Exhibition” – che si trova al terzo piano di un edificio accanto alla cattedrale Cattolica.

L’ 11 luglio del 1995 nel paese di Potocari a pochi km. da Srebrenica – territorio sotto tutela ONU – 8.372 uomini furono massacrati dall’esercito serbo e dal loro comandate Mladic. Devo essere sincera: tra tutti i massacri, il dolore di questa e altre guerre, di Srebrenica fatico a parlare. Se non conoscete la storia di questi martiri vi consiglio la lettura di questo articolo nonchè la lettura del libro di Luca Leone “Srebrenica i giorni della vergogna” con prefazione di Carla Dal Ponte procuratore capo del Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia dal 1999 al 2007.

La Mostra è un pugno nello stomaco fin dall’entrata: intere pareti ricoperte dalle foto degli uomini e ragazzi uccisi in quel massacro quando ancora erano in vita. Ti guardano, ti scrutano, ti accusano, ti assolvono. In sottofondo “Miss Sarajevo” e in uno schermo in centro alla sala la proiezione continua delle interviste alle mamme  di coloro che non ci sono più. Madri che ancora oggi, a vent’anni esatti di distanza, non hanno trovato giustizia e molte nemmeno una tomba dove piangere i loro figli – i corpi finora riconosciuti sono circa 6.000. Tutto intorno foto che ti colpiscono in pieno petto… Ho pianto. Mi sono sentita incazzata e impotente. Avrei voluto chiedere scusa a quelle madri per la nostra indifferenza, per il nostro esserci girati dall’altra parte.

Sarajevo (ma io voglio dire la Bosnia intera) è proprio come dice Margaret Mazzantini: “una città dove il passato pesa e fa rumore, come un barattolo al piede”.

Esco dalla Mostra tramortita, frastornata. Fuori c’è la Sarajevo colorata, multietnica: una ragazza con l’hijab mi sorride, ricambio ed è questa una delle ultime immagini della “mia” Sarajevo. Perchè quella ragazza è la speranza che Sarajevo – e la Bosnia Erzegovina – torni come prima di quella maledetta guerra fratricida: una città dove accanto alla Moschea e al richiamo alla preghiera del muezzin senti suonare le campane di una Chiesa cattolica, dove a distanza di due passi puoi entrare in una Sinagoga ed uscendo ti puoi “infilare” dentro una Cattedrale ortodossa. Perchè Sarajevo era e spero tornerà ad essere questo: un misto di culture, religioni che convivono, si abbracciano e si appartengono. Perchè “A Sarajevo, non si “tollera” la diversità, perché Sarajevo è sempre stata -semplicemente – una comunità, il cui principio identitario era la città stessa (Giano La Satta) “

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Nota a margine: Prometto che il prossimo articolo su Sarajevo sarà più “allegro” ;). Ma secondo il mio modestissimo parere chi decide di visitare questa città lo dovrebbe fare sapendo cosa è successo dall’altra parte dell’Adriatico vent’anni fa, anche per riuscire a vedere Sarajevo e i sarajeviti con occhio diverso, cercando di capire quale sforzo siano riusciti a fare per risollevare sè stessi e la città: caparbi, irriducibili anche durante la guerra molto di più in tempo di pace. Perchè “sapendo” non puoi fare a meno di guardare le persone che incontri con occhio diverso; non puoi fare a meno di chiederti quali storie e quali sofferenze ci siano dietro ai loro sorrisi di oggi, quante lacrime abbiano versato “ieri”. Eppure sono qui, come la mia amica Amela con i suoi meravigliosi figli e suo marito, il suo “eroe”. Non abbiate timore di parlare con loro della guerra: il popolo di Sarajevo vi stupirà per franchezza e realismo, non per farsi compiangere ma per farvi conoscere e capire.

MEMORIE DI SARAJEVO – Prima parte

Stavolta, che ti piaccia o no – che tu lo voglia o meno, lettore – verrai con me a fare un giro di giostra nella Sarajevo assediata. Vedi di non costringermi a tirarti per la manica come un marmocchio riottoso; i cecchini potrebbero notare i nostri armeggi e fare fuoco su di noi. Proprio come in quei videogame sparatutto che ti piacciono tanto. Occhio, però, che qui la scritta “game over” ha il sapore metallico del sangue. Il tuo.

(tratto da “Surviving Sarajevo:[Assedio in XVI movimenti]” di Giano La Setta

Edificio cattedrale

Muro

Visitare Sarajevo non può, secondo me, prescindere dalla sua storia. Perchè in questa città si respira ancora – e si vedono ancora – le ferite che piano piano, a fatica, le persone stanno cercando di rimarginare.

L’emblema di queste ferite che si stanno chiudendo è la Biblioteca Nazionale -Vijećnica. Nella notte tra il 25 e il 26 agosto 1992 l’esercito serbo che assediava la città la colpì con bombe incendiarie e granate che la distrussero completamente: volontari e bibliotecari cercarono di portare in salvo i libri in essa contenuti ma purtroppo i loro sforzi furono vani. Nell’incendio morì una giovane bibliotecaria – Adina Buturovic, che mi piace ricordare come una degli eroi di questa immane tragedia – e due milioni di libri andarono letteralmente in fumo.

Targa

Credo che molti abbiano visto le foto di quell’incendio

biblioteca-sarajevo                                      (foto da web)

e sappiano la storia del musicista bosniaco Vedran Smailovic che suonò tra le ceneri della Biblioteca a rischio della sua stessa vita – quanti eroi ha questa Storia!

Smailovic                                      (foto da web)

Dopo ventitre anni la Biblioteca è risorta: ad aprile di quest’anno è stata di nuovo riaperta al pubblico e la gente di Sarajevo potrà presto consultare di nuovo i ibri – quei pochi “salvati” e i tanti donati dalla comunità internazionale.

Biblioteca

Entrarvi per me è un’emozione indescrivibile. E’ vero gli interni sono ancora vuoti e fa un po’ strano vedere una biblioteca – che stando alle notizie sarà adibita anche a sede di eventi, mostre e  concerti – senza libri. Ma la sua bellezza è disarmante:

Magia

Interno biblio

Soffitto biblio

I giochi di luce che producono le vetrate colorate sono pura magia

luce

Se potete andateci al tramonto – è aperta dal martedì alla domenica dalle ore 10.00 alle 20.00: l’astmosfera vi rapirà i sensi.

In questo periodo all’interno è allestita una mostra fotografica su Srebrenica e al piano di sotto un’altra sul centenario di Sarajevo

Manifesto

Un altro simbolo di questa città e memoria di quei giorni sono le cosiddette “Rose di Sarajevo” – poesia per descrivere simboli che sono tutt’altro che poetici..ma anche questa è Sarajevo:

Rose

Se il vostro sguardo ogni tanto si poserà sull’asfalto, potrete vedere queste macchie rosse che hanno la forma di fiori e petali sparsi: sono i segni lasciati dalle granate sull’asfalto e che sono state “riempite” di vernice rossa, là dove molte persone sono rimaste uccise. Ho visto la gente girare intorno a questi quadrati sull’asfalto, in silenzioso rispetto. Cicatrici sull’asfalto a futura memoria, perchè Sarajevo e i suoi abitanti non vogliono – e non possono – dimenticare, ma vogliono fortemente andare avanti.

Se alzerete la testa sopra le “rose”, in alcuni punti della città, vedrete anche le targhe commemorative con incisi i nomi di coloro che non ci sono più a causa di quelle granate:

Iscrzioni

Il mio viaggio della memoria continua e mi ritrovo in un luogo quasi anonimo vicino all’aeroporto. Noi  – io e mio marito, compagno di questo viaggio che non finirò mai di ringraziare per aver condiviso con me momenti importanti lungo questo cammino – ci siamo arrivati grazie ad un tour organizzato dall’Ufficio del Tursimo che si trova a Baščaršija  (che si legge “Basciarscia”) – chiedete di Darko, ragazzo che parla un perfetto italiano con accento piemontese che oltre a mostrarvi e spiegarvi con dovizia di particolari quello che andrete a vedere, vi racconterà anedotti interessanti e la quotidianità della città -. Siamo al Museo del Tunnel che si trova nel quartiere Butmir – Ulica Tuneli 1 -, aperto tutti i giorni dalle 9 alle 16; l’entrata costa 10 KM (circa 5 euro). E’ piuttosto difficile arrivarci da soli, meglio affidarsi ad un taxi o appunto ad una visita guidata.

Tunel

C’è chi dice che questo tunnel abbia salvato la vita ai sarajevesi intrappolati durante gli anni dell’assedio, quando dalla città niente e nessuno ne uscivano e niente e nessuno ci entravano. Quindi nemmeno le scorte alimentari e i beni di primaria importanza.

Originariamente era lungo circa 800 mt, largo 1,20 mt e alto 1,50 mt., il punto più profondo si trova a 5 mt. sotto terra. Fu realizzato scavando a mano e con dei mezzi di fortuna. Vi si accedeva passando da una casetta anonima della famiglia Kolar.

TunnelPale

Oggi sono percorribili 25 mt., ma posso assicurare che sono sufficienti per cercare di capire cosa fosse passare lì sotto per poter far sopravvivere la propria famiglia, un’intera città. Ogni giorno vi transitavano 4000 persone e ci si impegavano due ore per percorrere quegli 800 mt.
All’esterno del tunel si trova un piccolo Museo che contiene alcuni cimeli di quei giorni come armi, attrezzi usati per lo scavo, “indumenti” di fortuna.
All’esterno vengono proiettati dei filmati che mostrano cos’erano quegli anni di assedio e cosa ha significato il Tunnel.
stivali un
La zona intorno è ancora transennata per il pericolo mine – problema che esiste in tutta la Bosnia Erzegovina.
Mine

La prima parte di questo viaggio nella memoria di Sarajevo finisce qui, ma…ci sono ancora molte cose da raccontare.

Vecchio tram

BOSNIA, UN’EMOZIONE LUNGA VENT’ANNI

mimum

La mia storia con la Bosnia inizia da lontano, esattamente dal 1992-1993.

Nei mesi in cui nella ex Jugoslavia infuriava la guerra civile mi ritrovai quasi per caso a fare “volontariato” nei luoghi adibiti ad accogliere le persone che scappavano – spesso “solo” temporaneamente” – da quell’inferno che fino a pochi mesi prima erano le loro case.

È stato attraverso le loro storie che ho imparato a “conoscere” città e cittadine come Banja Luka, Bihac, Osijek, Mostar, Zenica, Tuzla, Brcko, Slavonski Brod , Srebrenica, Sarajevo. Soprattutto storie di bambini o di giovani ragazze  come me. I loro nomi li ricordo ancora: Maritza, Irma, Emira, Fatima, Sanela, Adnan, Clarissa, Nina, Melina, Amela.

I loro volti sono ancora dentro di me e spesso in questi vent’anni mi sono chiesta dove fossero, che uomini e donne fossero diventati. Perché molti di loro partivano all’improvviso, lasciavano i campi profughi per tornare in quella che non era  più la Federazione Jugoslava del Maresciallo Tito ma erano Stati indipendenti: Bosnia, Croazia, Serbia e Montenegro. Oppure trovavano rifugio da parenti e amici per lo più in Germania o Inghilterra, senza lasciare comprensibilmente nessun recapito. In questi anni avrei tanto voluto rintracciare qualcuno di loro ma purtroppo senza sapere il cognome e con una foto  vecchia la cosa si è rivelata impossibile.

Finché alcuni mesi fa io e mio marito abbiamo deciso la meta delle vacanze estive: perché non farsi un giro nei Balcani? Sarajevo? Sì anche Sarajevo. E così ho iniziato a pensare al perché in tutti questi anni di viaggi per il mondo non avessi mai pensato ad andare nella capitale bosniaca. Già..perché?

Ci ho riflettuto nel periodo di preparazione al viaggio e la risposta che mi sono data può sembrare stupida: nella mia testolina questa città e la Bosnia Erzegovina erano rimasti territori di guerra.

Mai mi sarei immaginata di poter camminare lungo quella che all’epoca era chiamata la “via dei cecchini” , vedere da vicino l’Holiday Inn – quell’ enorme albergo colorato di giallo, forse un po’ stonato nell’architettura di stampo comunista della vecchia Sarajevo, uno dei simboli della città assediata – visitare quel tunnel scavato a mano che ha salvato la vita alla popolazione durante gli anni dell assedio

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fare la spesa al Markale, luogo di stragi infinite

markale(sullo sfondo la grande parete rossa menziona tutti i morti nelle due stragi al Markale)

E fare queste cose magari con una delle persone conosciute in quegli anni: quante possibilità ci sarebbero state?

Ebbene…questo è successo. E ora che lo scrivo appare ancora più incredibile!

È però doverosa una premessa. Prima di partire ho chiesto ad una persona che all’epoca coordinava il gruppo di volontari di mettermi in contatto – se ci fosse riuscito – con una ragazza in particolare che sapevo essere tornata a Sarajevo durante la guerra ma di cui non avevo avuto più notizie.  E il “miracolo” è avvenuto!

Ci siamo prima parlate al telefono e già solo il fatto di sapere che stava bene, che ce l’aveva fatta – non era poi così scontato – che si fosse sposata e avesse due meravigliosi figli è stata per me una gioia immensa! Ricordavo di lei i suoi capelli biondissimi e i suoi riccioli morbidi e  sapevo solo che era rientrata prima della fine della guerra per ricongiungersi al suo amore – che è diventato suo marito, il “suo eroe” come lo abbiamo affettuosamente soprannominato -.

Ci siamo accordate, per rivederci a distanza di più di vent’anni nella sua città: Sarajevo.

Dopo questa doverosa premessa..l’incontro c’è stato: lei accompagnata dal suo bellissimo bambino, abbiamo cenato insieme in Baščaršija, abbiamo parlato, ci ha raccontato la sua Storia – sì, con la esse maiuscola – con una tale serenità e con la gioia di chi sa di essere fortunata, di avercela fatta.

E per me è stato come un fiume in piena che riversa emozioni e sensazioni, ricordi messi in un angolo e riaffiorati in quel preciso momento. Ascoltandola mentre con il sorriso mi raccontava quello che aveva passato mi ha fatto commuovere. Andare a casa sua, conoscere suo marito, passeggiare insieme a loro lungo quella che durante la guerra era la “sniper alley” ci ha riportato a quei giorni. Tutto questo mi ha fatto innamorare ancora di più di questa città.

Lei ci ha letteralmente spinto a bere dalla fontana posta all esterno della grande moschea in Baščaršija: la leggenda vuole che chi beve da lì tornerà a Sarajevo! Ho bevuto a piene mani!!

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Mente scrivo e ripenso al momento in cui ci siamo salutate provo ancora la stessa stretta al cuore..

Difficile da spiegare razionalmente: è come se avessi ri-trovato una parte di me, come se questi 20 anni non fossero mai passati.

Ma non è stato un addio: sono certa che ci rivedremo. Del resto ho bevuto l’acqua della  fontana!!

Grazie Sarajevo per avermi ridato una parte della mia vita: questo non è stato il “solito” viaggio, ma un viaggio del cuore e dell anima.

Per chi fosse interessato a (cercare di) capire e magari conoscere quello che è stato l’assedio di Sarajevo durato 4 lunghissimi anni, può dare un’occhiata a questo documentario o leggere il libro “Surviving Sarajevo: [Assedio in XVI movimenti]” di Giano La Setta.

Se volete sapere cos’è stata quell’esperienza di volontariato in Italia cliccate qui

Di seguito alcune foto fatte in quegli anni: magari questo potente mezzo che è internet mi permetterà di ritrovare qualcuno di questi bambini.

sanela.jpg(Sanela)

fatima.jpg(Fatima – Campo Profughi Postojna Slovenia)

irma.jpg(Irma – Campo Profughi Bibione – ricordo che proveniva da Srebrenica.)

lubiana.jpg

 

 

Sarajevo ljubavi moja

Moschea sarajevo

Sono qui, seduta nel terrazzo del nostro appartamento di Dubrovnik, in una giornata di relax ma..ma tornano alla mente i giorni passati a Sarajevo. Con questa città mi lega una storia, tante storie, lunga vent’anni.Ma per parlare di questo devo ancora elaborare alcune emozioni, forti emozioni che da sole sono valse il viaggio. Ma visto che molti ancora devono partire e magari sono indecisi sulla meta un solo consiglio: andate a Sarajevo! Mi ha rapita, stregata, fatta innamorare come pochi luoghi al mondo sono riusciti a fare. Si respira un’aria particolare, difficile da descrivere, un misto fra oriente e occidente (banale si..forse, ma sono le uniche parole che la descrivono). Lasciatevi trasportare dalla folla lungo il labirinto della Bascjarja

baskasrsja

prendetevi un po’ di tempo per assaporare i ritmi balcanici magari davanti ad un Bosanska kafa (il caffè turco per intenderci servito con dei dolci simili alle nostre gelatine nei bicchierini tipici)

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Provate i cevapcici in uno dei tanti ristorantini

cevapi

O la pita (o burek) burek

E non fatevi mancare la baklava

 

Rilassatevi in uno dei tanti narghila bar (tutto legale eh!!)

narghila

Andateci a Sarajevo, ma fatelo anche in punta di piedi: i segni della recentissima guerra sono ben visibili e non solo negli edifici, ferite profonde nell’anima di questa bellissima città che mi ha rapito il cuore.

proiettili

Vivetela senza fretta, senza l’ansia di voler vedere tutto…tanto ci tornerete!

OM NAMA SHIVAYA NEPAL

Dopo il devastante terremoto che ha colpito il Nepal sabato scorso stanno riaffiorando i tanti ricordi messi in un cassetto di quel viaggio del lontano 2003 a Kathamandu e nelle valli circostanti.

Mi ritrovo a pensare cosa ne sarà di quei luoghi visitati più di dieci anni fa, delle persone incontrate

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Credo che ognuno di noi abbia “un posto del cuore”, un luogo dove ha lasciato un pezzetto di anima. Due dei miei “Luoghi del cuore” sono proprio in Nepal:  Bhaktapur e Boudhanath.

Il primo è una cittadina ad una decina di chilometri da Kathmandu, un’antica città newari  (il luogo dove Bernardo Bertolucci ha girato molte scene de “Il piccolo Buddha”). Di questa cittadina ricordo l’atmosfera alla sera quando tutti i turisti se n’erano tornati nella capitale nepalese e nelle vie eravamo rimaste solo noi e pochi altri “occidentali”; ricordo la puja della sera e la curiosità delle persone; ricordo come abbiamo seguito una musica proveniente da un cortile e ci siamo ritrovate in mezzo ad una festa: ricordo come siamo state accolte con gioia e allegria.

E non posso non chiedermi cosa ne sia stata di quei templi, della sua Durbar Square con il palazzo delle 55 finestre, delle sue pagode, della sua gente.

braktapu

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Il mio cuore fa un balzo vedendo le immagini della Braktapur di oggi.

Boudhanath invece è uno dei più grandi stupa del mondo, diventato luogo di asilo per molti rifugiati tibetani che tutto intorno hanno costruito templi, case e scuole che servono a preservare la loro cultura e le loro tradizioni.

bodhant

E ricordo la “colonna sonora” di quel viaggio ed in particolare la musica che si sentiva ovunque a Boudhanath.

Da ciò che leggo lo stupa ha subito lievi danni mentre le case, i templi e le scuole nate ai “suoi piedi” sono andate distrutte.

Dopo lo tsunami che colpì l’Oceano Indiano nel 2004 partii, nell’agosto successivo, per un periodo di volontariato nell’India del Sud. L’istinto e l’impulso ora sarebbe di fare lo stesso ma credo che in questo momento sia bene seguire i consigli contenuti in questo articolo e che condivido in toto.

Per chi volesse contribuire nell’immediato mi sento di consigliare di fare una donazione (anche piccolissima) tramite il sito http://www.agire.it/, che raggruppa alcune delle più “conosciute” ONG o attraverso due piccole Associazioni che già da tempo si trovano in Nepal per progetti di diverso tipo:

http://www.humantraction.org/

http://www.mandinamaste.net

E’ tempo di dichiarazione dei redditi: a queste associazioni potrete donare anche il 5X1000.

La mia speranza è che il Nepal e la sua gente possano presto risollevarsi e, in fondo in fondo, spero in qualche modo di poter contribuire anch’io affinchè questo avvenga.

Om Nama Shivaya Nepal

Parigi atmosfera magica

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Di ritorno da Parigi con molta nostalgia mi accingo a raccontarvi questa nostra cinque giorni in una delle città più belle del mondo!

Per quanto riguarda l’organizzazione del viaggio ne ho parlato qui.

L’unica variante al programma originario è che dall’aeroporto al “nostro” appartamento abbiamo prenotato da casa un taxi con taxileader: puntuali, efficienti e giusto costo oltre che molto comodo.

Consiglio anche di scaricare le applicazioni maps.me e paris metro, che si sono rivelate molto utili (attenzione: Wi-Fi quasi inesistente nei luoghi pubblici, quindi prevedete una mappa cartacea o una che funzioni anche off line).

Facciamo la conoscenza con il nostro host Peter che ci spiega alcune cose dell’appartamento, ci saluta e ci lascia le chiavi di quella che sarà per i prossimi cinque giorni “la nostra casa” parigina. Scelta azzeccata quella dell’appartamento: per me era la prima volta – di solito usiamo hotel o B&B – che ci ha permesso di “vivere” il quartiere – Montmartre – che è stata una vera “scoperta” (se volete approfondire la conoscenza vi consiglio di leggere il racconto di Beatrice.

La vista dal balconcino che dà sui tetti di Montmartre e sulla cupola della Basilica mi conquista

vista paris

Ci guardiamo un po’intorno e poi via…scendiamo i cinque piani – sì..avete letto bene: cinque! – e siamo su Rue Lepic a due passi dal Cafè di Amelie e svoltato l’angolo ci troviamo davanti il mitico Moulin Rouge

moulin

murales moulin

Se vi interessasse passare una serata – piuttosto costosa – nel locale più famoso di Parigi, potete prenotare anche da casa qui.

Il Moulin Rouge nacque 125 anni fa sull’onda del successo di un altro locale dell’epoca le Moulin de la Gallette, immortalato da Renoir, ora trasformato in ristorante, ma che merita secondo me una visita anche solo per rivivere l’atmosfera dell’epoca.

galette

In tutta Montmartre si respira quell’aria bohemienne che quasi ci aspetta da Parigi: i numerosi bistrot con i tavoli colorati

bistro

bistrot

La Place du Tertre con i pittori di strada e sullo sfondo la maestosa Basilica de Sacre Coeur

tetre

I suoi negozi di souvenir e le sue gallerie d’arte, artisti di strada rapiti dal sogno degli impressionisti. Potete farvi prendere da un acquisto un po’ azzardato: anche l’occhio vuole la sua parte!

galleria

Le tante brasserie con ogni prelibatezza:  non fatevi mancare l’assaggio di questi plumcake che sembrano delle vere opere d’arte! Inutile dire che ci hanno fatto “compagnia” allietando le nostre colazioni.

plumcake

Perdendoci per le vie del quartiere la nostra attenzione viene attratta da una Chiesa poco menzionata nelle guide, ma che a mio parere merita una visita. Sto parlando de l’Eglise de Saint Jean in Place des Abessess (con fermata della metro omonima).

Gli artisti hanno preso a prestito i muri del quartiere anche per esprimere le loro idee e i loro stati d’animo.

Abbiamo lasciato per ultima la visita di questa prima giornata ad uno dei simboli di Parigi: la Basilica de Sacre Coeur, – fermata metro Abessess e funicolare, compresa nel Paris visite zona 1/3 – costruita più di un secolo fa.

L’ingresso alla Basilica è gratuito – tutti i giorni dalle 6.00 alle 22.30 – mentre per salire alla cupola si paga un biglietto di € 5,00 – tutti i giorni dalle 9.00 alle 17.45.

In questa prima volta in città abbiamo optato per una visita solo esterna degli edifici di maggior interesse, riservando per un futuro viaggio – spero a breve – gli interni; infatti le code per entrare nei vari luoghi sono spesso interminabili.

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Anche qui in questo luogo il sacro e profano si mischiano in un’idea di libertà assoluta. E così non è difficile trovare ai piedi della scalinata che porta alla Basilica artisti di strada di ogni genere.

acrobata

Ci rendiamo conto che la fermata della metro – Blanche – è a due passi da casa: sarà il nostro punto di partenza per la scoperta della città, che se avrete la pazienza e la voglia di seguirmi vi racconterò prossimamente.

L’arte di ascoltare i battiti del cuore

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L’ARTE DI ASCOLTARE I BATTITI DEL CUORE di Jan-Philipp Sendker Ed. Neri Pozza 2009

“…Si rese conto che dai battiti del cuore non sarebbe mai ruscito a capire se stava camminando per una strada cinese o indiana, o se si trovava fra inglesi o birmani. I battiti cambiavano da persona a persona, svelando la vecchiaia o la giovinezza, la gioia, il dolore, la paura o il coraggio, ma fra le razze e e le nazionalità non c’erano differenze”.

Non lasciatevi ingannare dal titolo: la storia che ci racconta Sendker non è una sdolcinata storia d’amore. E’ un viaggio nell’anima e nelle tradizioni di una terra e del suo popolo ancora “puri”, un incontro fra due culture all’apparenza così lontane ma che trovano un punto d’incontro.

 

A Kalaw, una tranquilla città annidata tra le montagne birmane, vi è una piccola casa da tè dall’aspetto modesto, che un ricco viaggiatore occidentale non esiterebbe a giudicare miserabile. Il caldo poi è soffocante, così come gli sguardi degli avventori che scrutano ogni volto a loro poco familiare con fare indagatorio. Julia Win, giovane newyorchese appena sbarcata a Kalaw, se ne tornerebbe volentieri in America, se un compito ineludibile non la trattenesse lì, in quella piccola sala da tè birmana. Suo padre è scomparso. La polizia ha fatto le sue indagini e tratto le sue conclusioni. Tin Win, arrivato negli Stati Uniti dalla Birmania con un visto concesso per motivi di studio nel 1942, diventato cittadino americano nel 1959 e poi avvocato newyorchese di grido… un uomo sicuramente dalla doppia vita se le sue tracce si perdono nella capitale del vizio, a Bangkok. L’atroce sospetto che una simile ricostruzione della vita di suo padre potesse in qualche modo corrispondere al vero si è fatto strada nella mente e nel cuore di Julia fino al giorno in cui sua madre, riordinando la soffitta, non ha trovato una lettera di suo padre. La lettera era indirizzata a una certa Mi Mi residente a Kalaw, in Birmania, e cominciava con queste struggenti parole: “Mia amata Mi Mi, sono passati cinquemilaottocentosessantaquattro giorni da quando ho sentito battere il tuo cuore per l’ultima volta”.

 

IL RAGAZZO GIUSTO

il ragazzo giusto

IL RAGAZZO GIUSTO di Vikram Seth Ed. TEA 2005

Un libro che ci porta all’interno della società indiana e all’usanza, la consuetudine dei matrimoni combinati, dove le vite dei protagonisti si intrecciano alla storia dell’India. Le loro storie ti coinvolgono in un turbinio di emozioni: uno di quei libri che una volta arrivati alla fine ti lasciano un po’ solo.                    

Da leggere per capire…senza giudicare.

Siamo a Brahmpur, nell’India settentrionale; è il 1951. La signora Rupa Mehra ha appena benedetto il matrimonio della figlia Savita e già sta pensando all’altra figlia, Lata, e al “buon partito” che sicuramente troverà anche per lei. Ma Lata ha deciso di opporsi all’usanza dei matrimoni concordati: vuole scegliere da sé l’uomo con cui dividere l’esistenza… Da qui, pagina dopo pagina, il quadro si allarga e accoglie un’intera genealogia di personaggi, uomini e donne che vivono, lavorano, si scontrano, si amano, intrecciando le loro avventure e i loro sentimenti agli avvenimenti storici e politici del loro Paese sontuosamente magico e drammaticamente povero, saggio e dissennato, antichissimo e bambino.

 

 

 

IL GIORNO DI BAJRAM

IL GIORNO DI BAJRAM di Francesca Caminoli Ed. Jaca Book 1999

bajram

“Era la prima volta da mesi che entrava in una casa. Un luogo di affetti. Granate e cecchini avevano bucato i muri ma non avevano avuto abbastanza forza per scalfire i legami. Ruggero lo vedeva da tante piccole cose: un libro aperto sul divano, una macchinina rossa per terra, le cartoline di luoghi visitati o forse sognati attaccate in un caldo disordine su una parete.”

Il libro prende spunto da un fatto reale accaduto dopo la fine della guerra in Bosnia. Il giorno di Bajram, importante festa musulmana, alcuni abitanti di Sarajevo varcano i nuovi confini per visitare le tombe dei parenti. Il pullman viene assalito da un gruppo di serbi irriducibili e quattro persone vengone uccise. Testimoni involontari sono un giovane soldato italiano della missione di pace e un violinista serbo. Le storie dei quattro personaggi si intrecciano sullo sfondo della città in rovina, che mostra ancora aperte tutte le sue ferite fisiche e psicologiche.

MASCHERE PER UN MASSACRO

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MASCHERE PER UN MASSACRO di Paolo Rumiz Ed. Feltrinelli 2013

“La guerra dei Balcani è stata davvero una guerra etnica? Può sembrare un dubbio blasfemo, di fronte ad evidenze inoppugnabili… Ma i Balcani ci insegnano che spesso dietro a ogni verità se ne nasconde un’altra di segno contrario”

Paolo Rumiz, profondo conoscitore della “questione balcanica” ci fornisce una teoria diversa – e per certi versi terribile – della guerra in Bosnia.

Un reportage capace di svelare i veri meccanismi della guerra balcanica dietro i fraintendimenti e le mistificazioni. “La guerra mette a nudo la verità degli uomini e insieme la deforma. Ci sono tanti aspetti di questa verità; uno di essi è la cecità generale – cecità delle vittime, degli spettatori (i servizi d’informazione occidentale, oscillanti tra esasperazione, ignoranza o rimozione dell’orrore e fra cinismo e sentimentalismo) e della “grande politica”, che nel libro di Rumiz fa una figura grottesca.” (Claudio Magris).