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Prossima fermata: TRIESTE MITTELEUROPA

Ognuno di noi ha delle città che porta nel cuore. Devo dire che le mie città e luoghi del cuore sono molteplici.

Ma un posto particolare, da sempre, è occupato da Trieste. Forse proprio per quell’aria mitteleuropea, quell’atmosfera che solo le città di confine riescono a trasmettermi.

Del Castello di Duino, alle porte della città, ho già parlato.

Nella mia “top ten triestina” rientra il  Castello di Miramare

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con la sua Storia e le sue leggende: il fantasma del Principe Massimiliano che ancora vaga nel Parco del Castello o quella della maledizione di Carlotta, moglie di Massimiliano, per cui “chiunque abiterà sotto questo tetto muoia come il mio consorte: lontano dalla patria, lontano dagli affetti, di violenta morte, in peccato mortale”.

Leggende suggestive e maledizioni a parte, dal Castello si goda una vista magnifica su tutto il Golfo di Trieste, le sue stanze sono riccamente e finemente decorata ed arredate. E il tramonto da qui è davvero stupefacente

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Tutti conoscono una delle Piazze più belle d’Italia: Piazza Unità d’Italia, che è un po’ il simbolo di questa città

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Unica la statua a ricordo dei Bersaglieri giunti in città, il 3 novembre  1918 alla fine della Grande Guerraimage

Come unica è quella delle “Ragazze di Trieste” che raffigura due donne, sedute sul muro, intente a cucire il Tricoloreimage

Ma un luogo che secondo me dovrebbe essere tappa d’obbligo, è la Risiera di San Sabba, dal 1965 Monumento Nazionale – aperta tutti i giorni dalle ore 9,00 alle ore 19,00.

Durante l’occupazione nazista, fu l’unico campo di sterminio in territorio italiano. La visita a questo Monumento e al suo Museo interattivo lasciano il segno.

Almeno una volta l’anno faccio una visita ed ogni qualvolta ne ho la possibilità porto anche i nostri amici che vengono da fuori Regione. Credo sia importantissimo tenere memoria e conoscere cosa qui successe in quegli anni.

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Resti del forno crematorio

Se volete preparavi alla visita io consiglio la visione di questo video.

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Celle

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Un’altra tappa d’obbligo, per conoscere o approfondire la Storia di questa terra, è la Foiba di Basovizza, anch’esso Monumento Nazionale.  E’ posto all’aperto e quindi, per la sua visita, non c’è alcuna limitazione di orari. Consiglio però di farla coincidere con l’apertura del Centro di Documentazione, con ingresso gratuito: marzo/giugno tutti i giorni dalle 10.00 alle 18.00, luglio/febbraio tutti i giorni tranne il mercoledì dalle ore 10.00 alle 14.00.image

Le foibe sono delle cavità rocciose a forma di imbuto rovesciato che possono raggiungere una profondità di 200 metri.

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale migliaia di italiani, che si opponevano all’espansione del regime comunista jugoslavo, furono “infoibati” e cioè gettati, spesso ancora vivi, all’interno di queste cavità. Una parte di Storia ancora poco conosciuta e che ancora oggi è oggetto di accese discussioni.

Ma la Trieste che io ho nel cuore è anche un’altra: è quella città che è crogiolo di religioni, essenza stessa di Trieste.

Merita, in questo senso, una visita la Chiesa Serbo ortodossa di San Spiridione, fulcro della Comunità serbo ortodossa della città.

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Interni della Chiesa serbo ortodossa di S.Spiridione

Nata sulle fondamenta di una Chiesa ortodossa, fu completamente edificata intorno al 1868. Può ospitare al suo interno fino a 1600 persone.

La sua architettura è in stile “orientale”, con la pianta a croce greca e cinque cupole dal caratteristico colore azzurro

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Un altro edificio simbolo della multireligiosità di Trieste è la Sinagoga in Via San Francesco, che merita senz’altro una visita. E’aperta al pubblico ed è possibile, al costo di € 3,50, partecipare ad una visita guidata, tutte le domeniche alle ore 10.00-11.00-12.00. La visita dura circa 45 minuti.

C’è anche una Trieste “mangereccia”. I posti che io preferisco sono essenzialmente due.

Il Primo si trova nella zona di Cavana: SaluMare, il laboratorio del pesce. Se siete amanti dei piatti di mare, non può mancare una fermata in questo luogo caratteristico.

Il secondo è per gli amanti – soprattutto – della carne: da Pepi. Non deve assolutamente mancare una tappa: cibo tipicamente austroungarico, un tuffo nel passato…culinario. E se siete di fretta niente paura: un panino di porzina con kren vi darà la carica per continuare la visita di questa magnifica città!

 

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LAGO DI BOHINJ

La nostra breve fuga in Slovenia continua! Dopo aver perlustrato in lungo e in largo il Lago di Bled, dopo esserci immersi nel mondo incantato delle Gole del Vintgar, ci dirigamo verso il lago di B…

Sorgente: LAGO DI BOHINJ

LAGO DI BOHINJ

La nostra breve fuga in Slovenia continua!

Dopo aver perlustrato in lungo e in largo il Lago di Bled, dopo esserci immersi nel mondo incantato delle Gole del Vintgar, ci dirigamo verso il lago di Bohinj.

Secondo me una sosta, sulla strada per il lago, la merita il piccolo paese di Stara Fuzina. Un villaggio tradizionale dedito soprattutto all’agircoltura e all’allevamento, in cui il tempo pare essersi fermato. Viene definito, a ragione, uno dei villaggi rurali sloveni meglio conservati.

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E’ domenica, poche le persone in giro. Ci imbattiamo in una tavolata imbandita per il pranzo. Siamo gli unici “forestieri” e le persone ci guardano un po’ stranite ma con il sorriso ci salutano: “Doberdan!”

Non c’è nulla di particolare da visitare, ma passeggiamo per le sue stradine in salita,  ed è un po’ come tornare a tempi antichi dove persistono ancora le vecchie tradizioni. Come, per esempio, il modo di fare essiccare il foraggio nelle tipiche costruzioni di legno dette “kozolec

Un luogo dove si respira ancora la “vera Slovenia”

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e dove si possono fare incontri quantomeno..strani  img_4744

Proseguiamo verso Ribcev Laz, che è la località più conosciuto su cui si affaccia il lago di Bohinj e da dove è possibile praticare molte attività: dal surf alla barca a vela, dalle  escursioni a cavallo all’arrampicata.

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C’è anche la possibilità di prendere un battello che vi farà fare il giro del lago.

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Narra la leggenda che sulle alture del Monte Triglav vivesse un camoscio dalle corna d’oro che, accompagnato da tre vergini, sorvegliava un tesoro nascosto sulla vetta del monte. Gli uomini, ovviamente, gli diedero la caccia al fine di impossessarsi del tesoro. Finchè un cacciatore riuscì ad ucciderlo: il suo sangue solcò i monti e i laghi intorno al Monte Triglav fino a far nascere un fiore magico , di cui si cibò il nostro Zlatorg e come per incanto tornò in vita. Ma deluso ed arrabbiato per il trattamento ricevuto, decise di abbandonare le valli in cui da sempre aveva vissuto, non prima di averle devastate e ridotte ad un ammasso di pietre.

In questa località abbiamo incontrato anche il leggendario camoscio dalle corna d’oro!

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Ci concediamo una breve passeggiata – fare tutto il giro del lago ci avrebbe occupato troppo tempo, visto che questo specchio d’acqua è il più esteso lago naturale della Slovenia.

Ciliegina sulla torta la Chiesa di San Giovanni Battista – chiesa di sv. Janez Krstnik.

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Originariamente costruita intorno al 1300, a cui sono stati aggiunti poi elementi in epoca barocca come il campanile e l’altare. Sono rimasta molto colpita dagli affreschi medievali – in questo periodo ho la fissa del Medioevo! – con cui la piccolissima chiesa è riccamente decorata.

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Se devo essere sincera, il Lago di Bohinj mi è piaciuto forse di più di quello di Bled: tutto è molto più selvaggio, ci sono pochi edifici moderni e si può godere di un’ottima vista sui monti circostanti e sulle sue limpide e chete acque.

Continuiamo la visita della conca di Bohinj, spostandoci a Ukanec, nella sponda opposta. In realtà il lago lo lasciamo un po’ in disparte per inerpicarci su di una strada che attraversa fitti boschi.

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La nostra meta è la Slap Savica – Cascata Savica – che è la sorgente del fiume Sava Bohinjka e quindi un affluente del lago di Bohinj.

Lasciamo l’auto presso il parcheggio a pagamento – € 3,00 per tutto il tempo che volete – e iniziamo la salita – l’ennesima di questa breve vacanza! -. Per oltrepassare il ponticello di pietra si pagano pochi euro, che servono per la manutenzione del sentiero.

Ci aspettano più di 500 gradini ed un’altitudine di 800 mt.: niente  male direi! Comunque in una mezz’oretta circa ce la facciamo ad arrivare.

E questo è lo spettacolo che ci si para davanti: due cascate “gemelle” alte 60 mt.!

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Felici di aver visto anche questa perla della natura, ci voltiamo per tornare indietro verso valle, e….

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 … il Lago di Bohinj fa capolino da dietro i boschi.

Quale miglior saluto da parte di questa terra incantevole?!

GOLE DEL VINTGAR

Se vi trovate dalle parti del Lago di Bled e dell’omonima cittadina, vi consiglio di visitare le Gole del Vintgar: un tripudio di cascate, tuffi, tonfi, rapide, verde, boschi e pareti a strapiombo.

Ci potete arrivare tramite una strada un po’ accidentata e piuttosto stretta – diciamo che spesso in Slovenia abbiamo riscontrato quanto siano “stitici” quando si tratta di asfaltare – con la vostra auto, con i mezzi pubblici che partono da Bled oppure attraverso un sentiero pedonale e ciclabile – circa 4 chilometri.

Siamo stati catapultati in un luogo incantato: per un attimo mi è sembrato di essere entrata nel mondo de “Il Signore degli Anelli”.

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La gola è lunga quasi due chilometri e anche se tutti vi diranno che ci impiegherete circa un’oretta per visitarle..non credeteci! Soprattutto se siete appassionati di fotografia qui troverete pane per i vostri denti. Infatti noi ci abbiamo messo quasi tre ore; perché sarete immersi nella natura e ogni angolo, ogni goccia d’acqua avrà una luce particolare che vorrete immortalare.

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“Ometti” di pietra

La camminata è resa più agevole dalle passerelle in legno: basta fare attenzione alle zone più umide – consiglio scarpe comode e non scarpe con i tacchi o infradito come mi è capitato di vedere!! È quindi visitabile in totale sicurezza.

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Lungo il sentiero

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La cascata che troviamo quasi alla fine del percorso è opera dell’uomo. Ma la natura ci ha messo comunque il suo zampino per renderla meravigliosamente imperfetta.

Ed eccoci arrivati alla fine della passeggiata. Ma le sorprese non sono ancora finite.

Dall’alto vediamo la cascata di Sum, ma la visuale non ci pare ottimale. Purtroppo  la segnaletica lascia un po’ desiderare – un po’ come l’asfalto nelle strade – ed i piccoli esploratori che sono – ancora – in noi ci fanno scorgere una scala con una ripida discesa che ci porta ai piedi di questa maestosa cascata: cercatela!! Vi do l’indizio che si trova dietro l’ultima biglietteria/bar/negozio di souvenir -.

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Cascata di Sum

Non resta che abbandonarsi alla fotografia compulsiva quasi in religiosa contemplazione di questa meraviglia della natura.

Con un po’ di tristezza riprendiamo la strada del ritorno.

Io vi consiglio di andarci la mattina presto – la biglietteria apre alle 8 – oppure a metà pomeriggio, evitando così il sovraffollamento delle ore centrali ed in modo da potervi godere anche la pace e la serenità che questo luogo emana.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

GHETTO EBRAICO DI VENEZIA

Pur vivendo a meno di un’ora da una delle città più belle e speciali del mondo, non solo ci veniamo di rado ma ogni volta facciamo il solito giretto: piazza San Marco, ponte di Rialto, riempiendoci gli occhi di tanta bellezza.

Ma questa volta avevamo pensato a qualcosa di diverso e ci siamo fermati a dormire una notte per scoprire com’è Venezia quando la maggior parte dei turisti se ne va e lascia le sue calli e i suoi campielli vuoti.

La scelta è ricaduta sul B&B BARABABAO: posizione strategica – a tre minuti dal ponte di Rialto e a cinque minuti da piazza San Marco, ma allo stesso tempo fuori dalla confusione e a due passi dalla zona di Canareggio.

Questa volta concentriamo la visita nel “Ghetto ebraico”, che venne creato dalla Repubblica di Venezia il 29 marzo 1516 – quest’anno si celebra il cinquecentenario -: venne stabilito che tutti gli ebrei della città vivessero in un’unica zona di Venezia e che qui concentrassero i loro affari – il termine ghetto nasce proprio qui dalla storpiature della parole “geti” che in veneziano indicava l’area dove si trovavano le fonderie e dove furono mandati a vivere gli ebrei della città.

Fu il primo ghetto d’Europa.

Quando vennero promulgate le leggi razziali nel 1938 anche gli ebrei del ghetto di Venezia videro venir meno i loro diritti civili e durante le persecuzioni nazifasciste delle 246 persone deportate nei campi di sterminio, solo 8 fecero ritorno.

Ai giorni nostri in questa zona di Venezia l’atmosfera è molto più rilassata e si respira ancora un forte senso di appartenenza da parte della seppur scarna comunità ebraica che qui ancora risiede.

Passeggiando nelle calli e nei vicoli si scorgono negozi kosher, laboratori artigianali, ristoranti con cucina tipica ebraica – a tal proposito consiglio una sosta al ristorante “Gam Gam” in Cannaregio 1122 dove si possono assaggiare le prelibatezze della cucina ebraica -.

Altra tappa immancabile – oltre al girovagare senza meta nel quartiere – è il Museo Ebraico , dove potrete ammirare oggetti pregiati donati da privati che vi faranno entrare nella tradizione e nella cultura ebraica oltre che manoscritti antichi. Il Museo, inoltre,  ha una sezione didattica organizzata con filmati, immagini ed oggetti che spiegano la vita degli ebrei veneziani.

Sempre presso il Museo è possibile prenotare la visita guidata delle Sinagoghe (prezzo Euro 10,00 che comprende anche la visita del Museo): ogni ora a partire dalle 10.30 – ultima visita guidata, dal 1° giugno al 30 settembre alle ore 17.30; dal 1° ottobre al 31 maggio alle ore 16.30. –  partono le visite con una guida alle tre Sinagoghe ancora visitabili.

Per me è stata una bellissima esperienza – oltre che molto interessante -: ero riuscita ad entrare in una Moschea, in templi buddisti ed in alcuni induisti, ma l’interno di una Sinagoga era per me un mistero!

Sono rimasta stupita ed estesiata!

La bellezza degli interni – soprattutto di quella che ancora oggi viene usata per le funzioni religiose – e la somiglianza per certi versi con l’impostazione liturgica delle nostre Chiese cattoliche, mi ha molto colpito.

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Al centro della Sinagoga sono custoditi i rotoli della Torah avvolti in una stoffa pregiata. Durante le funzioni vengono letti  mediante l’uso di un bastone,  in quanto è proibito toccare le Sue pagine a mani nude.

Quando non ci sono funzioni i rotoli vengono “nascosti” da un drappo di stoffa con incisioni in ebraico – nella foto sopra l’armadio che contiene la Torah è scoperto ed aperto in quanto non contiene alcun rotolo -.

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Gli interni sono finemente decorati e la mia attenzione è stata attirata soprattutto dalla maestosità dei lampadari

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Non vi resta che partire per la “città più bella del mondo” e magari dare un’occhiata a questi luoghi che ho brevemente descritto, pregni di Storia.Per vedere una parte di Venezia (forse) meno conosciuta. Per immergersi nella cultura, nelle tradizioni e, perché no, anche nella cucina ebraica.

Lago di Bled

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Lago di Bled visto dal Castello

 

Credo che il Lago di Bled sia uno dei luoghi più romantici al mondo. Ma non è “solo” questo; e vi spiegherò perché.

Approfittando di qualche giorno di vacanza settembrina ci siamo finalmente decisi a visitare questo luogo che dista da noi poco più di due ore. Ne sento parlare da tantissimi anni: i miei genitori ci andarono per il loro viaggio di nozze!!

Ed è stata una meravigliosa scoperta. Non solo per il lago in sè ma anche e soprattutto per i dintorni che offrono delle meraviglie uniche!

Mentre organizzavo questa breve gitarella, mi resi conto che le cose da vedere erano davvero tante. È così anziché le due notti originariamente previste, decidemmo di prenotarne quattro. La scelta cade sulla Penzion Prebenik : mai scelta fu più azzeccata! Non lontanissima dal centro ma al di fuori della confusione, in un parco che pare un piccolo paradiso – la trovate anche su booking -. La consiglio vivamente!

Preso possesso della nostra bella camera con balcone partiamo alla scoperta della cittadina di Bled e del suo lago omonimo.

Per prima cosa decidiamo di salire al Castello che domina lo specchio d’acqua in tutta la sua bellezza.

Volendo alla sommità della Rocca ci si arriva anche in auto. Ma io vi consiglio la passeggiata che parte dal lago e attraverso  una lunga scalinata vi porta direttamente all’entrata del Castello. Un po’ faticoso ma ne vale davvero pena perché potrete godere di scorci stupendi.

Noi siamo arrivati all’ora del tramonto e il clima era davvero suggestivo. Si possono visitare le antiche cantine di epoca medievale – come tutto il castello -, la “galleria” delle erbe, un museo che racconta la storia del castello e degli abitanti di questa parte di Slovenia. Una menzione a parte merita, secondo me, la piccola cappella con dei bellissimi affreschi

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Passiamo sotto le antiche mura ed usciamo dal castello. Nella discesa verso la cittadina ci fermiamo presso la Chiesa di San Martino che riusciamo a visitare all’interno.

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Antiche mura del Castello
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Chiesa di San Martino

La giornata si conclude con una visita al ristorante dell’Hotel Sava – che si trova di fronte all’Hotel Park – per assaggiare la mitica Kremna (o krempita): una torta che qui fu creata nel 1953. Dire che è sublime è un eufemismo: va assolutamente provata, fa parte dell’esperienza di un viaggio a Bled.

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Il giorno dopo saliamo sulla pletna, la tipica imbarcazione a remi che viene usata solo qui – 14 euro a persona, le potete trovare davanti all’Hotel Sava -.

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Pletna la tipica imbarcazione del Lago

La meta è l’isoletta che si trova proprio in mezzo al lago e che “ospita” la chiesa di S.Maria Assunta: 99 gradini ci conducono alla chiesa e ad uno spiazzo da cui si gode una vista magnifica.

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La gita su questa romantica imbarcazione continua attraverso il lago e ci fa fare piacevoli e graditi incontri

La nostra seconda giornata ancora non è finita.

Onde evitare la ressa, decidiamo di visitare la Gola di Vintgar nel tardo pomeriggio.

Ma prima di parlare di questo luogo incantato, vorrei dare delle notizie di tipo pratico. Potrete noleggiare le bici al costo di 15 euro al giorno o di 6 euro per due ore; oppure se preferite c’è la possibilità di noleggiare la canoa o la barca a remi. Potrete semplicemente rilassarvi sui prati prospicienti il lago o fare un tuffo nelle sue acque pulitissime e color smeraldo.

 

 

 

FREE BURMA

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Da ieri il Myanmar può ritenersi – speriamo e salvo ultimi colpi di coda – un Paese libero dalla rigida dittatura militare che lo opprime da più di quarant’anni, e sarà guidato da una donna piccola e minuta ma con una forza straordinaria che ha passato anni e anni agli arresti domiciliari – le fu negato anche il permesso di assistere al funerale del suo amato marito inglese. Sto parlando di Aung San Suu Kyi che ha fatto della lotta per la libertà del Myanmar una ragione di vita, dedicando a questa causa tutta la sua vita, aggiudicandosi anche il Premio Nobel per la Pace nel 1991 – Premio che lei non potè ritirare e fu consegnato  al figlio.

Tanto per darvi l’idea di come sia questa Donna – sì, con la D maiuscola – usò i soldi del Premio per approntare un sistema sanitario ed educativo nel suo Paese.

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(foto da web)

Se siete interessati a capire e conoscere la sua storia vi consiglio la lettura dei suoi libri “Libera dalla paura” edito da Sperling & Kupfer (1996) e “La mia Birmania” edito da TEA (2010).

Per lei sono state scritte canzoni, una su tutte “Walk on” degli U2. Dalla sua vita è stato tratto il film “The Lady – l’amore per la libertà” di Luc Besson – di cui consiglio vivamente la visione.

Io questo Paese ho avuto la fortuna di visitarlo nel lontano 1999.

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In quell’occasione per la prima volta sentii parlare di lei, della situazione della Birmania e, ad essere sincera, per la prima volta fui combattuta da un “problema” etico: visitare o no un Paese controllato da un rigido e spietato regime militare? Feci della valutazioni, misi nel “piatto” i pro e i contro e alla fine la decisione di andarci si rivelò – a mio avviso – la più giusta. Perchè in quegli anni nessuno sapeva nulla di questo Paese, nulla sulla dittatura; i turisti erano davvero pochi. Al mio ritorno potei parlare e nel mio piccolo far conoscere la situazione che là si viveva. Non senza difficoltà sono riuscita a parlare con la gente del posto, sono riuscita a farmi portare ad uno spettacolo dei fratelli Moustache, più volte incarcerati dal regime per..aver raccontato barzellette sui generali. Ancora ricordo quella scena: uno scantinato minuscolo, le nostre guide che si rifiutavano di portarci perchè il luogo era “controllato”, delle semplici sedie di plastica e appena seduti uno dei fratelli che da un angolo nascosto tira fuori un ritratto di Aung Sun Suu Ky: solo quello sarebbe bastato per farli incarcerare. Abbiamo assistito allo spettacolo, abbiamo applaudito più al loro coraggio che alle loro scenette di cui poco capivamo 😉

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Ho conosciuto un Paese che mi ha colpito il cuore, i sorrisi delle persone, la loro dolcezza, la loro voglia di comunicare sono dei segni che mi porto dentro. E come sempre i bambini occupano un posto particolare

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Ricordo ancora i visi sorridenti delle donne nelle risaie cosparsi della polvere di thanakha – una pasta cosmetica naturale usata soprattutto come filtro solare 

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Impossibile dimenticare le donne con i loro copricapi coloratissimi ed in bocca i cheerots – sigari birmani

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Immagini indelebili restano i giovani monaci belli e fieri in fila per una ciotola di riso

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Le preghiere presso la Pagoda Shwedagon e le ore passate al suo interno, un’oasi di pace e di speranza

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Ecco..tutto questo mi porto nel cuore e da oggi con un peso in meno: il Myanmar si avvia verso la democrazia e spero verso un futuro migliore.

Un estratto della canzone “Walk on” dice:

“Tutto ciò che hai creato

Tutto ciò che hai fatto

Tutto ciò che hai costruito

Tutto ciò che hai rotto

Tutto quello che hai affrontato

Tutto quello che hai provato

Tutto questo puoi lasciartelo alle spalle

Tutto ciò che hai razionalizzato

Tutto ciò di cui ti sei preso cura

È solo questione di tempo”

E finalmente “quel tempo” è arrivato: per Aung Sun Suu Ky e per il popolo birmano. #freeburma

 

LONELY PLANET E IL FRIULI-VENEZIA GIULIA

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E’ di questi giorni la notizia che Lonely Planet – casa editrice tra le più famose per quanto concerne i viaggi – ha “incoronato” le 10 Regioni top al mondo. Permettetemi un po’ di “sano campanilismo” perchè al quarto posto è risultata la mia Regione: il Friuli Venezia Giulia. Ha un territorio poco vasto ma che racchiude territori ancora selvaggi come le “nostre” montagne o spiagge alla moda. Città e luoghi che hanno scritto la Storia come Trieste, Redipuglia e molti altri. Senza farsi mancare un buon bicchiere di vino da accompagnare magari ad una fetta di frico con polenta ^_^.

E se questa classifica ha stuzzicato la vostra curiosità, iniziate da questi due luoghi che da soli meritano una visita in FVG: Redipuglia e il Castello di Duino.

 

VENUTO AL MONDO

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VENUTO AL MONDO di Margaret Mazzantini Ed. Mondadori 2010

Una mattina Gemma sale su un aereo, trascinandosi dietro un figlio di oggi, Pietro, un ragazzo di sedici anni. Destinazione Sarajevo, città-confine tra Occidente e Oriente, ferita da un passato ancora vicino. Ad attenderla all’aeroporto, Gojko, poeta bosniaco, amico, fratello, amore mancato, che ai tempi festosi delle Olimpiadi invernali del 1984 traghettò Gemma verso l’amore della sua vita, Diego, il fotografo di pozzanghere. Il romanzo racconta la storia di questo amore, una storia di ragazzi farneticanti che si rincontrano oggi invecchiati in un dopoguerra recente. Una storia d’amore appassionata, imperfetta come gli amori veri. Ma anche la storia di una maternità cercata, negata, risarcita. Il cammino misterioso di una nascita che fa piazza pulita della scienza, della biologia, e si addentra nella placenta preistorica di una guerra che mentre uccide procrea. L’avventura di Gemma e Diego è anche la storia di tutti noi, perché questo è un romanzo contemporaneo. Di pace e di guerra. La pace è l’aridità fumosa di un Occidente flaccido di egoismi, perso nella salamoia del benessere. La guerra è quella di una donna che ingaggia contro la natura una battaglia estrema e oltraggiosa. L’assedio di Sarajevo diventa l’assedio di ogni personaggio di questa vicenda di non eroi scaraventati dalla storia in un destino che sembra in attesa di loro come un tiratore scelto. Un romanzo-mondo, di forte impegno etico, spiazzante come un thriller, emblematico come una parabola.

Preso in mano, iniziato e poi riposto, girato e rigirato..c’era qualcosa che mi impediva la lettura di questo tanto declamato romanzo. Le mie amiche – ringrazio Nadia e Simona per avermi “accompagnato” alla lettura – mi dicevano “è bellissimo..ti piacerà..devi leggerlo” . Tranquilli: il problema era mio 😉 perché di rientro dal viaggio a Sarajevo quando molti nodi si sono sciolti e le emozioni hanno cominciato a fluttuare in 5 giorni l’ho finito. Me lo sono “bevuto” questo libro, mi ha incollato al divano, al letto, alla sedia, in piedi in fila alla posta..ogni momento vuoto era una scusa per leggere anche poche righe. Mi ha sventrato, dilaniato: ho pianto e riso con Gemma. Seicento pagine di emozioni pure, indelebili. E “colpi di scena” in ogni pagina: quando pensi di aver capito la Mazzantini fa un giro e ti stupisce.

Tocca temi come la maternità e la non-maternità, l’amicizia, gli amori di quelli che ti tolgono il fiato ma mai sdolcinati, la guerra, la vita e la morte legate ad un unico filo.

C’è una parte intima, familiare ed una parte corale che si legano a doppio filo, con la vita di Gemma e di suo figlio Pietro che riportano alla luce un pezzo della nostra Storia recente troppo spesso dimenticata. Nelle parole della Mazzantini è evidente la contrapposizione tra un prima e un dopo, tra la vita di una donna in tempo di pace e di un’altra donna in tempo di guerra, tra la vita normale e quasi banale al di qua dell’Adriatico e la vita sull’altra sponda, nello stesso momento, nelle stesse ore in cui a Roma si va ad una festa tra musica e caviale a Sarajevo si fatica a trovare da mangiare, si muore in fila per una pagnotta di pane o una tanica di acqua potabile.

Un libro a volte crudo, a volte dolce, un libro “da pelle d’oca”, uno di queli libri che una volta arrivata alla fine vorresti ricominciare subito da capo.

Si è capito che a me è piaciuto davvero tanto!? 😉

E voi? Lo avete letto? Quali impressioni ed emozioni vi ha lasciato?

 

MEMORIE DI SARAJEVO – Seconda parte

“Ogni giorno, durante i quasi quattro anni di assedio, venivano uccisi -in media -nove sarajevesi tra donne, uomini, bambini, studenti. Ti sembrano pochi, lettore? Allora prova a fare un semplice esercizio di immaginazione, questa notte, quando ti corichi: invece che contare le pecorelle, prova a pensare a nove persone, tra parenti e amici, che abitano nella tua città. Prova a visualizzare le loro facce, prova a riprodurre nella mente le loro voci e le loro risate, ripeti i loro nomi uno dopo l’altro. Poi immagina che siano morti. Di più, che siano morti ammazzati. Magari mentre attendevano a una qualunque delle attività che potevano averli occupati durante la giornata: salire sul tram, fare la spesa al mercato, recarsi a scuola, in ufficio o al tempio. Ora metti lì, di fronte a te, in fila, quegli uno, due, tre, nove morti. Ripeti questo esercizio, ogni notte, per millequattrocentoventicinque notti.” (Surviving Sarajevo: [Assedio in XVI movimenti] di Giano La Setta)

PREGHIERA

Vi prendo delicatamente per mano: ci eravamo lasciati al Museo del Tunnel – musica e immagini di sottofondo Miss Sarajevo degli U2 feat Luciano Pavarotti.

Vi porto al Markale che si trova a pochi passi dalla Cattedrale Cattolica. Qui si perpetuarono due stragi: la prima nel febbraio del 1994 ed una seconda nell’agosto del 1995.

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Oggi il mercato è affollato di persone e di banchi su cui sono esposti prodotti della terra di Bosnia, dalla frutta alla verdura, miele, fiori, olive. Brulica di colori ed odori.

Eppure anche in questo vivace mercato il mio sguardo si posa su una parete rossa, laggiù in fondo al mercato. E’ una lapide commemorativa che riporta i nomi di tutti coloro che in quei giorni del febbraio ’94 e dell’agosto ’95 hanno perso la vita mentre facevano la spesa o mentre erano in fila per avere dell’acqua potabile.

I banchi sono pieni di colori, molto più ordinati di quanto non ricordassi..l’elenco dei morti è in fondo su un muro di pietra grigia, è impressionante. E’ l’elenco dei vivi strappati alla vita, tutti nello stesso istante, nello stesso battito d’ali dello stesso diavolo. (Margaret Mazzantini “Venuto al mondo”)

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Io consiglio una visita oltre che per portare un segno di rispetto e di memoria anche per assaporare e magari acquistare un po’ di questi prodotti – noi ne abbiamo “approfittato” per fare la spesa – e non lasciatevi sfuggire la parte del mercato “al chiuso” dove scoprirete ogni tipo di formaggio. Sarà questo anche un mondo per socializzare e dare una mano ai sarajeviti e ai bosniaci.

Il mercato è aperto tutti i giorni dalle 08.00 alle 17.00 e la domenica mezza giornata.

Proseguendo lungo la via (ulica, che si legge uliza 😉 ) Marsala Tita raggiungiamo uno dei tanti centri commerciali che in questi anni sono nati come funghi a Sarajevo: il BBI Centar. No..non vi voglio portare in giro a fare shopping, ma serve come punto di riferimento. Proprio  di fronte si trova un monumento particolare. Noi lo abbiamo trovato quasi per caso, di rientro da una serata con la mia amica Amela che ci aveva dato le indicazioni – tutto questo lungo tour di Sarajevo noi lo abbiamo fatto a piedi, ma devo dire che i taxi sono economici e prendere il tram credo che sia un’esperienza da vivere -. E’ una fontana di cemento e vetro ed è nata per ricordare i bambini di Sarajevo che non ci sono più a causa dell’assedio. Ma non di tutti i bambini: i nomi che leggi sono di piccole anime musulmane. I bambini serbi probabilmente – o forse no…chissà – avranno un monumento a loro dedicato in Serbia o nella Repubblica Srpska.

E’ una delle tante facce di questa strana città. Questa città che ad ogni angolo ti costringe a farti mille domande, che ti sventra, che ti fa ridere e piangere, che ti butta giù e ti fa dire “Ma com’è possibile che tutto questo sia successo a qualche chilometro da casa mia nella quasi totale indifferenza generale?”.

Un ultimo passo in questo viaggio della memoria lo faccio in direzione della Mostra sul genocidio di  Srebrenica: “Srebrenica Exhibition” – che si trova al terzo piano di un edificio accanto alla cattedrale Cattolica.

L’ 11 luglio del 1995 nel paese di Potocari a pochi km. da Srebrenica – territorio sotto tutela ONU – 8.372 uomini furono massacrati dall’esercito serbo e dal loro comandate Mladic. Devo essere sincera: tra tutti i massacri, il dolore di questa e altre guerre, di Srebrenica fatico a parlare. Se non conoscete la storia di questi martiri vi consiglio la lettura di questo articolo nonchè la lettura del libro di Luca Leone “Srebrenica i giorni della vergogna” con prefazione di Carla Dal Ponte procuratore capo del Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia dal 1999 al 2007.

La Mostra è un pugno nello stomaco fin dall’entrata: intere pareti ricoperte dalle foto degli uomini e ragazzi uccisi in quel massacro quando ancora erano in vita. Ti guardano, ti scrutano, ti accusano, ti assolvono. In sottofondo “Miss Sarajevo” e in uno schermo in centro alla sala la proiezione continua delle interviste alle mamme  di coloro che non ci sono più. Madri che ancora oggi, a vent’anni esatti di distanza, non hanno trovato giustizia e molte nemmeno una tomba dove piangere i loro figli – i corpi finora riconosciuti sono circa 6.000. Tutto intorno foto che ti colpiscono in pieno petto… Ho pianto. Mi sono sentita incazzata e impotente. Avrei voluto chiedere scusa a quelle madri per la nostra indifferenza, per il nostro esserci girati dall’altra parte.

Sarajevo (ma io voglio dire la Bosnia intera) è proprio come dice Margaret Mazzantini: “una città dove il passato pesa e fa rumore, come un barattolo al piede”.

Esco dalla Mostra tramortita, frastornata. Fuori c’è la Sarajevo colorata, multietnica: una ragazza con l’hijab mi sorride, ricambio ed è questa una delle ultime immagini della “mia” Sarajevo. Perchè quella ragazza è la speranza che Sarajevo – e la Bosnia Erzegovina – torni come prima di quella maledetta guerra fratricida: una città dove accanto alla Moschea e al richiamo alla preghiera del muezzin senti suonare le campane di una Chiesa cattolica, dove a distanza di due passi puoi entrare in una Sinagoga ed uscendo ti puoi “infilare” dentro una Cattedrale ortodossa. Perchè Sarajevo era e spero tornerà ad essere questo: un misto di culture, religioni che convivono, si abbracciano e si appartengono. Perchè “A Sarajevo, non si “tollera” la diversità, perché Sarajevo è sempre stata -semplicemente – una comunità, il cui principio identitario era la città stessa (Giano La Satta) “

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Nota a margine: Prometto che il prossimo articolo su Sarajevo sarà più “allegro” ;). Ma secondo il mio modestissimo parere chi decide di visitare questa città lo dovrebbe fare sapendo cosa è successo dall’altra parte dell’Adriatico vent’anni fa, anche per riuscire a vedere Sarajevo e i sarajeviti con occhio diverso, cercando di capire quale sforzo siano riusciti a fare per risollevare sè stessi e la città: caparbi, irriducibili anche durante la guerra molto di più in tempo di pace. Perchè “sapendo” non puoi fare a meno di guardare le persone che incontri con occhio diverso; non puoi fare a meno di chiederti quali storie e quali sofferenze ci siano dietro ai loro sorrisi di oggi, quante lacrime abbiano versato “ieri”. Eppure sono qui, come la mia amica Amela con i suoi meravigliosi figli e suo marito, il suo “eroe”. Non abbiate timore di parlare con loro della guerra: il popolo di Sarajevo vi stupirà per franchezza e realismo, non per farsi compiangere ma per farvi conoscere e capire.